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Milan ucciso dall’incompetenza: peggio di così solo la retrocessione

È trascorso ormai più di mezzo secolo da quando Riccardo Cocciante urlava al mondo un ritornello destinato a entrare nella storia della musica italiana. Da quel lontano 1974, il Milan ha attraversato stagioni gloriose e periodi bui, arrivando più volte a incarnare quel celebre refrain: Povero Diavolo, che pena mi fai”. Eppure, nonostante gli alti e bassi che fanno parte della storia di ogni grande club, nessuno avrebbe immaginato di ritrovarsi davanti a uno specchio capace di restituire un’immagine tanto desolante, privata di qualsiasi bellezza e, soprattutto, di qualsiasi anima. “Bella senz’anima”, appunto…

Quel giorno ha una data precisa: 25 maggio 2026. Esattamente ventuno anni dopo Istanbul, ca va sans dire.. Attraverso un comunicato firmato dalla proprietà RedBird Capital Partners, e non dall’AC Milan, viene annunciato il licenziamento con effetto immediato dell’intera area dirigenziale e sportiva del club.

“Con effetto immediato, si conclude il percorso in AC Milan dell’Amministratore Delegato Giorgio Furlani, del Direttore Sportivo Igli Tare, dell’Head Coach Massimiliano Allegri e del Direttore Tecnico Geoffrey Moncada… per fallimento inequivocabile”.

Poco dopo le 18 di lunedì, a meno di ventiquattro ore dall’umiliante sconfitta interna contro il Cagliari costata l’accesso alla Champions League, il quarto piano di Casa Milan si svuota completamente. Eppure, nonostante i dirigenti epurati non avessero mai conquistato la fiducia del popolo rossonero, il buon senso aveva portato molti tifosi a pensare che dietro una scelta tanto drastica esistesse già un progetto chiaro, meditato e pronto a essere formalizzato.

Illusione durata pochissimo.

Uno spettacolo per pochi intimi: per dirsi cosa?

Se mai ce ne fosse stato bisogno, sono cadute definitivamente le maschere. Più che manager e dirigenti, sono emersi i volti di improvvisati saltimbanchi, accompagnati da una presunzione direttamente proporzionale all’assenza di competenza dimostrata.

Si parte dalla famosa “chiacchierata” organizzata per una ristretta cerchia di giornalisti nell’opulenta cornice del Four Seasons Hotel. Nessun contraddittorio, nessuna domanda scomoda. Solo un lungo monologo nel quale si è parlato di tutto tranne che del Milan. L’Avenger Yankee è tornato a pontificare su come riformare il calcio italiano. Come se il problema del movimento fosse attendere le lezioni di chi, nel frattempo, ha contribuito a trascinare il Milan in ripetute stagioni fallimentari, a livello sportivo e gestionale.

Sui rossoneri, poche frasi di circostanza e persino un surreale elenco di “buoni” e “cattivi” della stagione. Tutto rigorosamente senza contraddittorio. Una vera masterclass di comunicazione. E la riforma del calcio italiano? “Grazie, Gerry, ma abbiamo già saltato tre Mondiali. Come se avessimo accettato”.

Poi è iniziato il valzer dell’improvvisazione: viaggi, videocall, incontri, casting. Nessun problema se si cerca un allenatore senza aver prima individuato un direttore sportivo o un responsabile dell’area tecnica al quale affidare la costruzione del progetto. Del resto, quale sarebbe il ruolo di queste figure se gli vengono imposti uomini e scelte? In confronto, un manichino da boutique avrebbe una funzione più attiva.

Nel frattempo Rangnick ha chiesto carta bianca, suscitando stupore generale. Iraola e Xavi hanno già risposto con un elegante “No, grazie”. E nel giro di appena quattro giorni il nuovo Milan è riuscito addirittura a sdoppiarsi. Ancora la fastidiosa e dannosa pluralità di anime.

Da una parte la corrente tedesca, con Ralf Rangnick e uno tra Jaissle e Glasner in panchina, sponsorizzata da Massimo Calvelli. Dall’altra Zlatan Ibrahimovic che spinge per il tandem ispanico composto da Mauricio Pochettino allenatore e Ramon Planes direttore sportivo.

Chi comanda al Milan? Club senza guida e senza direzione

Ricapitolando. Il trio americano, italiano e svedese, perfetto per una barzelletta, se non fosse che il suo operato sta facendo piangere milioni di tifosi, è riuscito nell’impresa di:

A) mantenere vive le correnti interne che hanno avvelenato il club negli ultimi anni. Nonostante proprio queste fossero state indicate come una delle ragioni principali dell’azzeramento del management;

B) farsi respingere da due allenatori che hanno preferito il Bayer Leverkusen o addirittura la temporanea disoccupazione alla panchina del Milan;

C) individuare per la rifondazione figure che andrebbero liberate con indennizzi milionari dai rispettivi club sauditi (Jaissle e Planes). Oppure attendere fino a luglio, dopo il Mondiale, per diventare disponibili (Rangnick e Pochettino);

D) dover fare i conti con una delle tre teste del presunto cerbero rossonero, Ibrahimovic, impossibilitato a frequentare Milanello fino a metà luglio perché impegnato negli Stati Uniti come commentatore televisivo;

E) accorgersi soltanto in corsa che, per chiudere il bilancio di giugno, l‘assenza di un amministratore delegato ha imposto il ricorso a deleghe straordinarie. Nel frattempo il progetto è passato dal “no” di Calvelli come AD, al cercare un italiano, poi uno straniero, poi nessuno, fino alle indiscrezioni che riportano proprio Calvelli nuovamente in corsa per quel ruolo;

F) trasformare il progetto Milan Futuro, nato appena due anni fa tra entusiasmo e grandi aspettative, in un fallimento totale: retrocessione in Serie D e stagione anonima tra i dilettanti. E l’architetto di questo disastro, Jovan Kirovski, invece di pagare per i risultati ottenuti, sarebbe addirittura destinato a un rinnovo di contratto e a un ruolo più vicino alla prima squadra.

A rendere ancora più drammatico il quadro c’è la fuga ormai incolmabile dei rivali cittadini, oggi imprendibili sotto ogni aspetto: gestionale, progettuale e sportivo.

E allora viene spontaneo chiedersi: cosa potrebbe esserci di peggio?

Intanto venerdì prossimo sarà sorteggiato il calendario della Serie A 2026-27. Una domanda, però, resta senza risposta: chi rappresenterà il Milan in quella sede?

Perché oggi, guardando ciò che resta del club, torna inevitabilmente alla mente quel vecchio ritornello: “Povero Diavolo, che pena mi fai…”

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