Eugenio Abbattista, ex arbitro di Serie A e B fresco di dimissioni dal ruolo di VAR dopo un anno e mezzo circa di attività, lancia tramite la trasmissione Le Iene un duro attacco verso il mondo dell’arbitraggio italiano. “Mi sono dimesso perché ero stanco della sensazione di schifo che avvertivo attorno. Mi sono sentito con un bavaglio alla bocca che non mi apparteneva. Impossibilità di parlare, di esprimermi e autorizzazioni negate. Dopo il primo servizio che mi riguardava, io ho chiesto di poter parlare, non mi è stata concessa l’autorizzazione. Perché risultava scomodo farmi parlare perché il documento che il massimo organismo degli arbitri ha prodotto nell’anno in questione e che ha permesso a me e ad altri arbitri di rimanere in organico, è un documento evidentemente falso“.
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In che senso falso?: “Perché io dovevo andare a casa, dovevo smettere di arbitrare perché non era stato chiesto che io rimanessi nell’organico. Il documento che è stato prodotto attesta il mantenimento nell’organico mio, di Calvarese e di Giacomelli, quando, in realtà, la relazione che avevano presentato i due valutatori parla di me Giacomelli e Calvarese a casa. Morganti mi ha chiamato e mi ha detto ‘Alla fine dell’anno smetti di arbitrare per la massima permanenza nel ruolo come arbitro’.“.
Nell’AIA c’è democrazia?: “Noi abbiamo dimostrato che non ci meritiamo due cose, la democrazia e la politica, perché non siamo in grado di metterle in pratica, è inammissibile che un cittadino per poter parlare di questioni personali deve chiedere delle autorizzazioni, e peggio ancora, deve avere delle versioni concordate del mettiamoci d’accordo su cosa dire e non dire. Alcuni degli errori fanno parte di un processo psicologico. Immaginatevi se uno sportivo deve andare in campo con un fardello psicologico, comunque con un’atmosfera, un’incidenza che sicuramente bene non gli fa. Ecco questo ha grande rilevanza al pari di avere un contratto annuale, perché anche quello suggestiona, limita, crea pressione potrebbe essere sicuramente impattante e portare anche ad avere un calo della performance perché non sei sereno. Chi scende in campo si deve occupare di tecnica, di atletismo, non di politica, di quella fazione, o di quell’altra“.
Conclusione sulla figura che serve a tratteggiare le necessità della classe arbitrale: “Abbiamo bisogno di una figura di garanzia, quindi di un soggetto terzo rispetto a chi valuta chi designa, chi va in campo, che verifichi la liceità dei comportamenti e delle prestazioni di chi va in campo, la liceità, i comportamenti di chi valuta. Quindi sicuramente può succedere che un valutatore metta un voto sbagliato? Può succedere. Abbiamo in questo momento all’interno dell’Aia un organismo che verifica e quindi fa la valutazione dei valutatori corretta, reale, con degli elementi oggettivi? No, non c’è”. Abbattista non nega che le carriere dipendano anche da elementi politici: “Se te lo negassi non mi sarei dimesso e quindi te lo dico chiaramente. In alcuni casi, assolutamente sì”.
Come uscirne?: “Commissariamento. Subito, immediatamente. Perché siamo in uno stato di confusione che richiede, in questo momento, un intervento di pulizia generale. Dotare l’Aia di un organismo di controllo e di revisione terzo, al di sopra delle parti, lo dobbiamo anche agli italiani, ai tifosi, perché siamo un’associazione di diritto pubblico. Abbiamo dimostrato in vent’anni di aver fallito. Se vogliamo riacquistare la credibilità all’esterno, dobbiamo avere il coraggio in questo momento di partire da zero”.
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