Sandro Bloudek, ex Primavera Milan, ha rilasciato un’intervista esclusiva ai microfoni di AllMilan.it. Bloudek, al Milan dal 2004 al 2009, ha deciso di raccontare a sua esperienza in rossonero, tra settore giovanile e allenamenti con la prima squadra, nel periodo in cui il Diavolo arrivava in finale di Champion un anno si e un anno no. Recentemente Bloudek ha avuto l’opportunità di entrare in contatto con il calcio arabo, come vice allenatore del Baniyas, squadra degli Emirati Arabi Uniti.
Tanti i temi trattati, dall’esperienza in rossonero, alla gestione dei settori giovanili e dei giocatori in prestito da parte dei club italiani. Bloudek apre una finestra su quella che era la Primavera fino a qualche anno fa, quando la Serie A era un campionato pieno di campioni e per un giovane era estremamente difficile riuscire a emergere. Queste le parole di Sandro Bloudek in esclusiva a AllMilan.it
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Quale è stato il percorso che ti ha portato a vestire la maglia del Milan? “Sono arrivato al Milan a 17 anni. All’epoca giocavo nel settore giovanile del Maribor, in Slovenia. Dopo un’amichevole giocata tra le selezioni giovanili di Italia e Slovenia sono iniziati i primi contatti con i rossoneri. Nei mesi successivi sono andato tre, quattro volte a Milanello a fare dei test con la Primavera e nell’estate del 2004 ho firmato il mio primo contratto con il Milan”.
Che sensazioni hai vissuto al momento della firma con i rossoneri? “La sensazione fu meravigliosa. Io ho sempre tifato Milan, una passione trasmessa da mio fratello maggiore, che si era innamorato dei colori rossoneri negli anni novanta, quando in pachina c’era Arrigo Sacchi. In casa mia il Milan è sempre stato presente, prima ancora che iniziassi a giocare a calcio. Prima di firmare con i rossoneri, anche altre squadre erano interessante a me, tra cui il Borussia Dortmund e la Real Sociedad, ma io scelsi subito il Milan, che aveva appena vinto la Champions League. In quel periodo era la squadra più forte del mondo”.
Nel corso della tua carriera, in cosa ti ha aiutato essere cresciuto e aver giocato con la maglia del Milan? “Ho imparato tanto, in primis cosa significa essere un professionista, la voglia, la determinazione, la disciplina. Una delle cose che più mi colpì fu l’importanza che dava il Milan al percorso scolastico. In quegli anni non era affatto scontato. Confrontandomi con altri ragazzi di altre squadre rivali è venuti fuori che non tutte le società davano lo stesso peso al completamento del percorso scolastico, il Milan era molto all’avanguardia da questo punto di vista”.
In base a quella che è stata la tua esperienza, cosa pensi dei settori giovanili italiani. Credi che sia un sistema funzionale o non sempre si pensa alla crescita e allo sviluppo dei giovani calciatori? “All’epoca per un giovane era molto difficile emergere. Anche per come era strutturato il sistema delle giovanili. Il risultato era la cosa più importante, anche più importante della formazione e dello sviluppo del giocatore. Io sono cresciuto nel calcio dell’ex Jugoslavia, dove si lavora molto sulla tecnica individuale, come testimoniano anche oggi la nazionale serba e la nazionale croata. In Italia, a livello di settore giovanili, il livello tecnico-individuale era più basso, ma c’era molta più cultura sportiva e senso della competizione, oltre alle pressioni esagerate”.
In Primavera hai condiviso lo spogliatoio con tanti ragazzi che successivamente sarebbero arrivati in Serie A. Come descriveresti quel gruppo? Partivate tutti più o meno dallo stesso livello, o c’era chi effettivamente era già pronto ed era evidente che avrebbe avuto una carriera ad altissimi livelli? “Ho giocato con Ardemagni, Abate, Matri e Marzorati. In quel momento era difficile dire chi sarebbe riuscito ad arrivare in serie A in pianta stabile. Eravamo un gruppo molto forte con tanta qualità. In campo ci conoscevamo bene, siamo arrivati in finale di Coppa Italia primavera per due anni di fila. In quegli anni la Serie A era un campionato di altissimo livello, era difficile che le società portassero in prima squadra tanti giocatoti dalle giovanili, non ne aveva bisogno”.
All’epoca qual era l’atteggiamento della società Milan nei confronti del settore giovanile e della primavera? “La società ha sempre è sempre stata vicina a noi ragazzi, non ci ha mai fatto mancare nulla. In quel momento il Milan era tra le squadre più forti del mondo, era difficile fare parte della rosa della prima squadra. Io sono stato convocato più volte tra coppa Italia e Serie A e ho avuto anche occasione di allenarmi insieme a loro. Ora che sono allenatore mi accorgo di quanto sia difficile portare in prima squadra dei giocatori del settore giovanile, le pressioni sono schiaccianti. La società è sempre stata molto presente: il Presidente Berlusconi, insieme ad Adriano Galliani e Ariedo Braida venivano spesso a vederci”.
Dopo l’esperienza in Primavera hai passato alcuni anni in prestito. Come vive un calciatore questo tipo di dinamica e quali sono le difficoltà a cui va incontro? “La gestione dei prestiti mi ha sempre lasciato perplesso. Quando sei un giocatore in prestito non è facile, perché non appartieni alla squadra a cui sei stato prestato e non è sempre nel loro interesse farti giocare. Il Milan aveva tantissimi giovani in prestito, era difficile che potesse seguirli tutti. Oggi per le società detentrici del cartellino è fondamentale inserire nel contratto una clausola su un numero minimo di presenze che il giocatore in prestito deve raggiungere”.
Durante in periodo in cui frequentavi Milanello hai avuto più volte occasione di entrare in contatto con la prima squadra. All’epoca chi ti impressionava di più? “Mi sono allenato spesso con la prima squadra. Rimasi subito impressionato da Kakà, si vedeva che aveva qualcosa di speciale. Dal punto di vista della personalità Paolo Maldini era superiore a tutti. Ma ho avuto anche l’opportunità di giocare con Shevchenko, Crespo e Inzaghi. Una squadra meravigliosa”.
La tua ultima esperienza professionale è stata sulla panchina del Baniyas, negli Emirati Arabi Uniti. Qual è la percezione del calcio italiano ed europeo in quel tipo di contesto? E quali sono le differenze che tu hai potuto osservare, tra il movimento calcistico Italiano e quello arabo? “Ho passato un anno al Baniyas, negli Emirati Arabi. Le differenze culturali sono tante. Bisogna essere in grado di adattarsi velocemente e di cambiare le proprie abitudini. Dal punto di vista calcistico la prima grande differenza con l’Europa sono le temperature. Giocare a quelle temperature è decisamente complesso. Negli Emirati c’è molto amore per il calcio, e stanno crescendo costantemente gli investimenti. Il campionato più seguito è la Premier League, ma al secondo posto c’è la Serie A, qui ci sono tanti tifosi di club italiani”.
Quest’anno il Milan ha iniziato un nuovo progetto: il Milan Futuro. Una squadra intermedia tra primavera e prima squadra che gioca il campionato di Serie C. Pensi che questa esperienza possa essere positiva per la crescita dei giovani? Che impatto può avere sullo sviluppo dei calciatori? “Il progetto Milan Futuro mi piace molto. Confrontarsi con giocatori della Serie C è un grande balzo in avanti, ma la crescita passa anche e soprattutto da queste cose. Giocare solo con i ragazzi della stessa età è un limite. L’idea la trovo estremamente positiva, anche perché la società mantiene il controllo diretto sul giocatore e non rischia di mandarlo in prestito a fare panchina”.
Segui ancora il Milan? Cosa pensi della scelta di Fonseca per la panchina? “Il Milan lo seguo sempre, è la squadra del mio cuore, sono tifosissimo. Più in generale, ho molta passione per la serie A. Fonseca è appena arrivato, ha bisogno di tempo, poi come sempre il giudizio passerà dai risultati. Nel mondo del calcio funziona così. La stagione non è partita nel migliore dei modi, ma la squadra è forte, ha tanta qualità, i presupposti per fare bene ci sono tutti. Il progetto del Milan mi piace, penso che a breve possa tornare a vincere“.
Ultima domanda. Durante la tua esperienza al Milan l’allenatore era Carlo Ancelotti. Un allenatore che per tanti tifosi rossoneri è sinonimo di leggenda. Cosa ti ha insegnato Ancelotti e in cosa ti ha colpito più di tutti gli altri? “Su Carlo posso dire solo cose belle, è un grande uomo e un grande allenatore. Mi ha insegnato tanto, in campo e fuori, in primis ad avere rispetto di tutti, ma anche quanto è importante dare fiducia ai giocatori. Non perde quasi mai la calma, ma sa essere forte quando è necessario. Un uomo che rispetti sempre, ma no temi mai”.
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