Arrivato al Milan nel 2014, in piena “banter era“, Giacomo Bonaventura è riuscito ad entrare nel cuore dei tifosi nonostante il periodo buio che il club rossonerostava attraversando. Per lui con il Diavolo 184 presenze, 35 gol e 20 assist. Sei anni intensi, che dal punto di vista dei risultati hanno portato alcune piccole gioie come il ritorno in Europa con Montella o la vittoria della Supercoppa Italiana nel 2016. La separazione nel 2020 con il Milan è stato un colpo duro per Jack, che intervistato ai microfoni di Cronache Spogliatoio in collaborazione con Rivista Unidici ha ripercorso il momento dell’addio.

La confessione sull’ultima partita con il Milan
“Sapevo che fosse la mia ultima volta, non me ne volevo andare da San Siro, avrei voluto che quella partita non finisse mai. Sono cresciuto sognando di giocare a San Siro, sono partito da un paesino delle Marche e ci sono arrivato. Quello stadio ti da una carica che difficilmente trovi altrove, per quanto anche a Firenze ci fosse una grande atmosfera“.
Sul rapporto con Mihajlovic
“Con lui ho avuto un grande rapporto, ma che fatica per conquistarmelo. All’inizio ti appare come un duro, io volevo entrare nelle sue grazie. Mi ricordo una tourneè in Cina, faceva caldissimo e lui spingeva sulla preparazione. Ci faceva correre tantissimo e io avevo problemi al polpaccio. Non volevo mollare, praticamente zoppicavo, non correvo, ma arrivai alla fine. Sinisa mi si avvicinò e mi fece i complimenti. Ecco, il suo cuore era gigante ma aveva una corazza. Quando ci entravi avevi la sua fiducia totale” conclude Bonaventura.
Sul trasferimento in Arabia
“Ho sempre giocato in Italia ma parallelamente ho sempre desiderato un’esperienza all’estero. Il mio contratto con la Fiorentina era scaduto, un po’ di club si facevano vivi, ma nessuno concretamente, dicevano che attendevano di capire se avevano qualche esubero. Poi sono iniziati i ritiri e stavo iniziando a innervosirmi. A quel punto mi è arrivata la proposta dell’Al-Shabab, mi ha chiamato il direttore sportivo, Domenico Teti. Ci ho pensato poco, ho preso e sono andato. Mi sto trovando molto bene, qui la gente è di un’ospitalità impressionante. Quando vai in giro e vedono che non sei saudita, ti dicono sempre “Welcome to Saudi”, non mi immaginavo questa cosa. Poi c’è l’altra componente, quella del calciatore, sento l’ammirazione verso di me. Mi guardano come un esempio, studiano come mi comporto, come lavoro, hanno voglia di capire, di imparare“.
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