Yacine Adli ha rilasciato una lunga intervista ai microfoni di SportWeek, nella quale ha parlato della sua carriera e delle sue due stagioni al Milan. Queste le sue parole:
Ti esprimi molto bene in italiano: hai studiato parecchio?
“Per niente. Ho imparato parlando, fin dal primo giorno in cui sono arrivato. E, quando facevo errori, chiedevo alle persone di correggermi per velocizzare l’apprendimento”.
Ti chiamano Mozart o Il Pittore: soprannomi che ti inorgogliscono o imbarazzano?
“Nel bene o nel male relativizzo tanto: se uno mi chiama Mozart o Il Pittore, io gli faccio capire che sono Yacine e basta. E mi va bene così. Allo stesso modo, se uno mi dice: sei scarso, non sai giocare, io non ascolto. Ripeto, nel bene o nel male, io cerco di restare nel mezzo, senza sentirmi mai troppo felice per un complimento o troppo deluso da una critica”.
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Sei entrato nel cuore dei compagni e dei tifosi del Milan, e ci sei entrato dal primo momento, anche quando non giocavi. Ti sei dato una spiegazione per tutto questo affetto?
“Penso che viviamo in un mondo fake: mostriamo di noi quello che la gente si aspetta di vedere o a cui piace credere. Ma chi mi conosce sa che io mi mostro per come sono. Non faccio nulla allo scopo di compiacere gli altri. L’uomo che vedi nello spogliatoio è lo stesso che salta e canta sotto la curva dopo una vittoria. Questo amore per il Milan è sincero, ed è esploso in me in maniera spontanea, non lo controllo. E, quando amo, do tutto. Quando sento 80mila tifosi che cantano, mi vengono i brividi e mi sento uno di loro. E, nel periodo in cui non giocavo, mi faceva sentire vivo comportarmi da tifoso”.
Il coro che ti piace di più?
“Bandito e Forza Diavolo alè”.
E quando lo stadio ha urlato il tuo nome dopo il primo gol con la maglia del Milan, il 14 gennaio contro la Roma?

“Mi sono venuti i brividi, quasi le lacrime. Dopo tutto quello che ho passato, è stato un momento speciale”.
Seguivi il Milan da ragazzo?
“No, perché nel mio Paese non si vede tanto la Serie A. Era mio padre, che guardava il Milan. Il suo idolo era Van Basten”.
Quando non giocavi, ti è successo di dubitare di te stesso?
“Mai. Me ne sarei andato. Ma la qualità che mettevo ogni giorno nel lavoro mi faceva essere fiducioso. Sapevo che mi mancava ancora qualcosa, ma sapevo anche che quel qualcosa stava arrivando. Ho cercato di lavorare forte, di non perdere tempo e guardare avanti”.
Cos’era, che mancava?
“Un po’ di adattamento, tattico e fisico, al vostro calcio. Non sono uno che guarda molto i dati della partita, ma questi adesso dicono che sono migliorato tanto, specialmente in fase difensiva. E, visto che sono ancora giovane , sono sicuro che continuerò a migliorare”.
In quel periodo, chi tra i tuoi compagni ti è stato più vicino?
“Tutti, e non è per essere banale. Mi sento vicino a Bennacer, che ha origini algerine come le mie, o a Theo, Giroud e Maignan, francesi come me, ma davvero non faccio distinzioni. E poi, i compagni non avevano motivo di preoccuparsi: mai una volta mi sono presentato a Milanello con la faccia delusa di quello che non gioca”.
Che calciatore sei?
«Sono un giocatore atipico: posso fare il vertice basso, il trequartista, ho giocato da esterno sinistro e falso nove. Posso piacere o no: non ho le gambe forti di uno che ti fa uno scatto di 40 metri e lascia dietro l’avversario, ma capisco i tempi di gioco, “vedo” passaggi che non tutti vedono. Sono come un giocatore di scacchi che muove i pezzi giusti al momento giusto per “ammazzare” l’avversario. Sono cose di cui non sempre chi guarda si accorge e per questo non potrò mai piacere a tutti. Sarò sempre Yacine Adli, con le sue caratteristiche. E queste caratteristiche possono fare la differenza”.
Il compagno che ti ha sorpreso?

“Gabbia. L’anno scorso giocava pochissimo, pur sempre più di me (ride), ma non ha mollato. Poi è andato al Villarreal ed è tornato con tanta fiducia in più”.
Quello più divertente?
“Florenzi. Prima ridevo tanto con Sandro Tonali”.
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