L’ex capitano rossonero, Franco Baresi, ha rilasciato una lunga intervista al giornale britannico The Times. Molti gli argomenti trattati dalla leggenda rossonera, in particolare il rapporto con i due ex allenatori, Capello e Sacchi. Ha svelato poi chi, per lui, è stato in assoluto il giocatore più difficile da affrontare durante la sua carriera. Di seguito le dichiarazioni rilasciate da Baresi.
LEGGI ANCHE – Adani esalta il rossonero: “In area di rigore è clamoroso, ma può anche fare questo!”

Sul giocatore più forte mai affrontato: “Facile, Maradona. Anche con una difesa come la nostra, sapevamo che era l’unico giocatore in grado di cambiare la partita in qualsiasi momento”.
Baresi sulla qualità più importante che un giocatore deve avere: “Il cervello è l’abilità più importante di tutte. Devi avere tutto per essere un difensore moderno, perché la realtà è che ora ci sono diversi elementi da considerare. C’è l’abilità fisica e poi l’abilità tecnica, perché le squadre nel calcio moderno costruiscono il loro gioco a partire dai difensori, quindi è essenziale essere tecnicamente perfetti e fisicamente forti, ma l’abilità più importante di tutte è essere intelligenti. Bisogna avere testa”.
Se ha mai fatto errori in difesa: “Mai. Facevo vincere i miei allenatori”.
Su Capello: “Capello puntava sulla sicurezza prima di tutto, ci diceva di essere sempre concreti. Certo, dovevamo essere bravi a costruire l’attacco, ma la cosa più importante era essere sempre attenti e prudenti. Ci diceva che solo così potevamo essere efficaci in entrambe le aree, non correndo rischi, per cui se qualcuno perdeva la palla dietro, Capello non lo tollerava. Era sempre un “guardare avanti”. Se con Capello si passava la palla a lato o all’indietro, era meglio essere sicuri al 100% che il passaggio arrivasse al giocatore”.
Su Sacchi e la difesa alta: “Sacchi introdusse la linea alta perché c’erano dei grossi vantaggi e perché era una cosa nuova, quindi gli avversari non la capivano bene. L’abbiamo fatto sempre e ora è tornata. È un rischio, ma è tutta una questione di tempismo, di sapere quando rischiare e quando non rischiare, perché è facile approfittare di un errore. Se l’avversario ha tempo o se non sei impostato, non puoi spingere. Per questo l’allenamento è fondamentale. La provavamo ogni giorno in allenamento, quindi veniva naturale. Sapevamo esattamente dove si sarebbe trovato il compagno. Conoscevamo le distanze. Era come se potessimo difendere senza guardare”.
Sul suo gesto di alzare il braccio: “Stavo solo aiutando il guardalinee. Ero come una versione originale del VAR. I difensori devono sapere cosa succede intorno a loro. Devo dire che il VAR è un bene per il gioco, ma ora i difensori devono essere molto attenti e concentrarsi”.
Seguici anche sui nostri profili Instagram, Facebook, Tik Tok, YouTube e X
