Nicola Pozzi, ex Serie A, ha parlato in esclusiva ai microfoni di AllMilan. Molti i temi trattati all’interno dell’intervista. Dalla chiamata del Milan, alla qualificazione in Champions conquistata con la maglia della Sampdoria. La stagione dei rossoneri è estremamente altalenante, in questo senso è stato emblematico il pareggio a Cagliari dopo la vittoria contro il Real Madrid al Bernabeu. L’ex Milan e Sampdoria si è espresso anche sugli anni di Pioli valutando positivamente il percorso del Diavolo sotto la sua gestione. In Serie A Pozzi ha vestito le maglie di Sampdoria, Empoli, Siena, Parma e Chievo, collezionando oltre 130 presenze, impreziosite da 27 gol e 7 assist. Queste le parole di Nicola Pozzi in esclusiva a AllMilan:
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Come hai vissuto la tua esperienza al Milan: cosa hai imparato e cosa ti è stato utile per il proseguimento della tua carriera nel mondo del calcio?
“In quel periodo ero titolare al Cesena, la società in cui sono cresciuto. L’allenatore era Beppe Iachini che mi fece debuttare in Serie C. L’anno successivo con Castori in panchina, la squadra stava facendo molto bene e per me era un periodo estremamente positivo e questo attirò l’interesse di alcuni grandi club, come Milan e Juventus. Alla fine l’operazione fu conclusa con i rossoneri nel mercato di gennaio. Da un giorno all’altra mi ritrovai a Milanello, catapultato in uno spogliatoio pieno di campioni e con Carlo Ancelotti in panchina”.
Pozzi prosegue raccontando un aneddoto sui giorni subito successivi al suo arrivo in rossonero: “Dopo la cessione, il Cesena chiese al mio procuratore di rimanere in prestito da loro fino a giugno. Ma il dottor Galliani e Braida credevano che per me fosse meglio passare quei sei mesi a Milanello, a contatto con la squadra, come periodo di ambientamento. Lo spazio per giocare era poco, ma loro preferirono tenermi in rosa e farmi vivere la prima squadra. Mi inserirono anche in lista Champions, al posto di Rivaldo. Stare a contatto con i campioni, in un club come il Milan, sono esperienze che fanno crescere molto e rimangono indelebili”.
In quel periodo lo spogliatoio del Milan era pieno di campioni, alcuni sarebbero poi diventare vere e proprie leggende, che significato ha avuto per te fare parte di quel gruppo?
“Io ho avuto la fortuna di condividere la stanza con Maldini a Milanello. Ho avuto subito occasione di vedere il valore della persona, il carisma, oltre che il calciatore. Nel gruppo squadra mi sono sempre sentito a mio agio, anche perché le regole erano semplici: se ti comportavi bene, con rispetto, se facevi vedere che ti impegnavi, senza avere atteggiamenti da fenomeno, il gruppo ti dava tanto e ti coinvolgeva. Al contrario, se avevi atteggiamenti sbagliati, i leader dello spogliatoio intervenivano, come era giusto che fosse”.
Oltre a Maldini, quali erano le altre figure di riferimento nello spogliatoio?
“Impossibile non citare Gattuso e Costacurta. Anche Ambrosini era un pilastro di quella squadra, personalmente mi ha aiutato tanto, così come Inzaghi, con il quale condividevo il ruolo e il procuratore. Non posso non nominare Nesta. Quella squadra era piena di campioni e per un giovane era incredibile giocare e allenarsi con quei giocatori e apprezzarne tutto, dal lato umano, a quello tecnico, crescendo con quella mentalità”.

In allenamento chi ti impressionava di più dal punto di vista tecnico?
“Il primo Kakà, quello appena arrivato dal Brasile, mi colpì tantissimo. Riusciva ad abbinare uno strapotere fisico e un livello tecnico elevatissimo. Un vero e proprio “crack”. A livello di tecnica pura non posso non citare Manuel Rui Costa e Fernando Redondo. Redondo era a fine carriera, ma aveva ancora un’eleganza e una qualità fuori dal comune. Rui Costa in allenamento faceva meraviglie. Pirlo era un giocatore di una qualità indescrivibile. Anche Seedorf era un giocatore pazzesco. In difesa Nesta, Maldini e Stam, Cafù e Serginho sulle fasce. Quel Milan era una squadra con un tasso tecnico devastante”.
Quanto è stato importante Ancelotti nel tuo percorso? Che tipo di allenatore era?
“Personalmente credo che sia stato un privilegio essere stato allenato da Carlo Ancelotti. Mi ha subito impressionato la sua gestione del gruppo. Non lo hai mai sentito alzare la voce, non ne aveva bisogno per farsi rispettare. In uno spogliatoio come quello, la gestione può sembrare scontata, ma non lo è affatto. Erano tutti campioni, giocatori fortissimi, ma alla fine il mister doveva fare delle scelte e mandarne in campo solo undici. Ma tutti i membri della rosa lo rispettavano. Non c’è nessuno che può parlar male di Ancelotti, soprattutto dal punto di vista umano: questa è la sua grandezza, c’è solo da imparare”.
Come valuti il percorso del Milan di Pioli?
“È stato un percorso importante. Credo che in quel periodo si fosse creata una bella sinergia tra squadra allenatore e società che ha portato a raccogliere grandi risultati, in maniera non casuale. Pioli è sempre stato un bravo allenatore, ma l’esperienza al Milan gli ha permesso di aggiungere tanti elementi interessanti al suo calcio. I successi che ha raggiunto sono tutti meritati”.
Parlando dell’attualità, cosa ne pensi di Paulo Fonseca? È l’allenatore giusto per impostare un progetto vincente? Quale dei giocatori a disposizione del Mister apprezzi in modo particolare?
“Fonseca è un bravo allenatore. Al momento ci sono alcune criticità e sta cercando il modo di superarle. Come per tutti gli allenatori, alla fine conteranno i risultati, che decreteranno il giudizio sul suo percorso. Il progetto, i principi e le idee di gioco, sono tutti elementi importanti, ma alla fine tutti facciamo i conti con i risultati. I rossoneri sono un’ottima squadra. A me piace molto Reijnders, è un giocatore totale, moderno e con ancora ampi margini di crescita”.
Che meccanismi si innescano nella testa di un giocatore dopo che ottieni una vittoria come quella di Madrid? come si gestisce una stagione dai risultati altalenanti come quella del Milan fino a questo momento? In questo senso è stato emblematico il pareggio a Cagliari dopo la vittoria al Bernabeu.
“Per chi non vive lo spogliatoio e non conosce le situazioni dall’interno è difficile esprimersi e dare un giudizio. In questo momento Fonseca deve lavorare sulla continuità, perché per quanto sia difficile esprimersi, è oggettivo che la stagione dei rossoneri sia altalenante, fino a questo momento. Manca un’po’ di equilibrio di squadra e nelle due fasi “.
La qualificazione in Champions con la Sampdoria
Quali erano i difensori con cui ti scontravi più spesso e che ti davano più filo da torcere?
“Quando giocavi io erano tanti i difensori difficili da affrontare. In primis Chiellini, ma anche Materazzi e Samuel erano molto tosti. Con loro la domenica era sempre una battaglia e a fine partiva qualche dolorino ce lo avevi sempre, durante la gara si facevano sentire. Ho avuto occasione di giocare anche contro Maldini. Io lo considero il difensore migliore di sempre. Non aveva neanche bisogno di usare le maniere forti. Nesta invece era molto particolare, aveva un modo di giocare diverso, riusciva ad avere delle letture che gli permettevano un gioco molto pulito. Oggi gli attaccanti sono più tutelati rispetto a quando giocavo io, tra VAR e nuove regole ”.
Cosa ha significato per te giocare il Derby di Genova?
“È una sensazione straordinaria, la settimana del derby la vivi diversamente dalle altre e l’esito può influenzare il resto della stagione. La città lo vive in modo viscerale da entrambe le parti. La settimana che porta al derby è un turbinio di emozioni: si mescolano adrenalina e senso di responsabilità. Perché sai che l’esito di quella partita impatta anche sulle gare successive, in un senso o nell’altro. La gente vuole vedere una squadra che lotta e che porta a casa la prestazione, poi ovviamente pesa anche il risultato finale”.
Hai vissuto due grandi stagioni con le maglie della Sampdoria, arrivando in Champions League e con quella del Parma, conquistando un sesto posto. Quali erano i segreti di quelle squadre, cosa si è rivelato decisivo per portarvi al successo?
“Per raggiungere degli obiettivi bisogna avere delle squadre forti. Quel Parma e quella Sampdoria lo erano, all’interno devono esserci alcuni elementi di eccellenza. L’anno in cui abbiamo conquistato la Champions a Genova, il gruppo era di alto livello, ma il vero segreto è stata l’alchimia che si è creata. Stavamo molto bene insieme, anche fuori dal campo. Ogni settimana faceva la cena di squadra, che presto è diventata un’abitudine. C’era voglia di stare insieme. I risultati alimentavano l’entusiasmo e il gruppo si consolidava. Quando un gruppo ha queste caratteristiche tutto è possibile. La cena di squadra a metà settimana era diventata sacra. A Parma mi sono infortunato quasi subito e non ho potuto aiutare la squadra a ottenere quel grandissimo risultato”.
Rimanendo sempre su Parma e Sampdoria, in queste due avventure hai condiviso lo spogliatoio con Antonio Cassano. Come è stato allenarsi e giocare con lui?
“Negli anni alla Sampdoria ha dato il meglio di sé, aveva delle qualità tecniche incredibili, devastanti. Quando si accendeva era imprendibile e spostava gli equilibri all’interno della partita. Aveva un talento fuori dal comune, per gli avversari era ingiocabile”.
Cosa ne pensi della Nazionale? L’esperienza all’Europeo è stata negativa, ma adesso Spalletti sembra avere più il controllo della situazione. Ti piace come CT?
“Il mister non ha bisogno di presentazione, è un maestro di calcio. Sta inserendo tanti giovani, ma la sua mentalità e i suoi principi rimangono. Questa settimana ha chiamato altri tre nomi nuovi, di grande interesse. Sta cercando di formare un nuovo gruppo, giovane e forte. Al fine di formare un gruppo capace di centrare la qualificazione al mondiale 2026”.
Gli infortuni e la scelta di cuore
Nel corso della tua carriera hai fatto una scelta non banale. Non sono molti i giocatori capaci di segnare 30 gol in Serie A che decidono di andare a giocare in Serie D. Inoltre hai scelto una realtà emergente, più che storica, come il San Donato Tavarnelle. Quali sono stati i motivi di questa scelta?
“Quando inizi ad avere tanti infortuni, che si accumulano tra di loro nel tempo, non riesci più a performare ai massimi livelli. Un giocatore non vorrebbe mai smettere di giocare. Il San Donato Tavarnelle era una realtà in cui avevo alcuni amici e ho accettato la loro proposta. Senza infortuni probabilmente sarei andato a giocare in altre categorie. Allora mi sono messo in gioco, ho accettato questa sfida e ho giocato finché ho potuto. Ho respirato una realtà diversa da quella dei professionisti. Quello dei dilettanti è un altro mondo, mi capitava di allenarmi con ragazzi che la mattina facevano un altro lavoro. Sono nati lei legami che durano ancora, amicizie vere”.

Ancora sul mondo dei dilettanti: “Pensare che un giocatore che ha fatto la Serie A, vada nei dilettanti a dominare è errato. Non importa aver giocato in categorie superiori. Anche tra i dilettanti la domenica, bisogna dare il massimo, è necessario essere pronti fisicamente e avere l’umiltà di mettersi al servizio della squadra. Se a livello fisico non sei al 100%, si rischia di fare fatica, il nome non basta”.
Adesso che hai iniziato la carriera da allenatore, quali sono le tue prospettive future?
“Al momento ho già fatto due esperienze da allenatore. Sento di avere molto da dare, ma riconosco che è un ruolo molto complesso. Questo non mi spaventa, anzi mi motiva. È inevitabile commettere degli errori, quelli bravi sono quelli che lo accettano e cercano subito di porre rimedio, per questo è importante rimanere sempre aggiornati. La vita dell’allenatore è così, ti occupa 24 ore al giorno. La cosa più difficile è forse la gestione del gruppo. Da questo punto di vista Ancelotti è il numero uno e rimane un punto di riferimento. A livello tecnico tattico è giusto avere delle idee e dei principi di base, ma è fondamentale sfruttare le caratteristiche dei giocatori a disposizione”.
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