Nella mente dei milanisti c’è sempre lui, Paolo Maldini. A confermarlo è anche Massimo Ferrari, manager che sotto la gestione Elliott ha fatto parte del cda del Milan e che ha rilasciato una lunga intervista alla Gazzetta dello Sport in cui ha commentato le ultime settimane rossonere.
Ferrari ha parlato con Cardinale? Ecco la risposta: “No. Ho però trasmesso alcune mie idee a manager e personalità di spessore e devo dire che sono ampiamente condivise, quello sì. Ho appena chiuso un capitolo di 15 anni di vita che ha richiesto molti sacrifici, a 64 anni ho anche altre ambizioni personali. Però il Milan è una passione e un ambiente che conosco bene essendo già stato in cda con Elliott, in un momento difficile perché eravamo sotto sanzione Uefa. Se ci fosse una sola chance la valuterei”.
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Il manager ha poi continuato: “Premessa necessaria: stiamo parlando di passione, quindi entra una componente irrazionale che coinvolge tutti, dirigenti, azionisti, tifosi. Ma augurare la morte a chi si occupa del Milan è inaccettabile, incompatibile con i valori dello sport e ingiusto rispetto a chi si è impegnato e si impegna. Vale per Lotito, Cairo, e anche il Milan di Elliott e di RedBird”.
Sulle cause del flop Milan: “Come sempre da un insieme di fattori. Forse un azionista mal suggerito, forse alcune figure troppo junior che conoscono poco il calcio, forse bisogna essere più presenti in Lega. Prendiamo anche Milanello: un tempo era all’avanguardia, deve tornare a esserlo. Oggi ci sono macchinari, per esempio telecamere a laser, che misurano lo stato dei tendini e del sistema osseo-muscolare, sono in grado di prevedere gli incidenti e indirizzare le cure”.
Su che cosa serva adesso: “Adesso serve un reset. L’azionista mi pare consapevole che si debba investire in una filiera nuova”.
Sulle ipotesi di questi ultimi giorni: “Non mi addentro. Dico che l’ad deve essere pagato come gli altri, fare da controllore, saper dire dei no, smussare gli angoli, far lavorare tutti ed essere il guardiano della comunicazione. Deve governare un board di gente che sappia o di conti, o di regole, o di calcio. Ci vuole un allenatore leader. E alla direzione tecnica serve qualcuno di credibile. Lo dico subito: penso che uno come Paolo Maldini ci possa e ci debba stare”.
Sempre su Maldini ha aggiunto: “Ciascuno ha i suoi difetti, ma una società lo gestisce. Certo, poi bisogna distribuirgli delle deleghe. D’altra parte chi guida l’area tecnica non deve poi interferire con l’allenatore. Che a sua volta non può imporre a scatola chiusa tutti i suoi collaboratori, perché, come dicevo, nell’ambito medico o della preparazione, bisogna rispettare standard di innovazione e di alta qualità”.
Sul primo passo che farebbe con Cardinale: “Intanto c’è un tema di fondi, necessari e da reperire al di là del trading dei giocatori: diciamo che, per ipotesi, se mi presentassi con 100 milioni da mettere in un fondo che investe nel Milan sono sicuro che sarei ascoltato. Vado per macroaree. Il sistema Uefa è drammaticamente progressivo: chi vince, vince tantissimo. Chi perde, perde tanto. Bisogna partire da qui, altri sistemi come l’Nba sono diversi: se si arriva ultimi si può anche non perdere soldi. Da noi non qualificarsi in Champions è un disastro. Ma porsi il 4° posto come obiettivo, cioè il minimo per la sopravvivenza, significa sbagliare tutto. La media di chi si pone l’obiettivo di arrivare quarto è stare tra il quinto e il settimo posto”.
Sul tema dell’ambizione: “Tutto parte da qui e tutto è collegato. Ci vuole una visione unica che permea tutta la società e una voce sola. È chiaro a tutti che una società di calcio è una media company. C’è un mercato di diritti televisivi che bisogna far crescere. La sostenibilità è imprescindibile, ma a volte spendere di più significa avere ritorni molto maggiori. Il monte ingaggi dell’Inter è 50 milioni superiore al Milan ma genera 80 milioni in più”.
Poi il commento sul player trading: “Per il trading giocatori prendo spunto dalla mia esperienza nella gestione del risparmio. L’idea di comprare a 20 e vendere a 50 è statisticamente dimostrato che non si realizza. Anche perché i costi di transazione – leggi le provvigioni dei procuratori – sono folli. Poi spesso i giocatori si svalutano, al Milan ci sono tanti esempi, da Estupinan a Nkunku, da Gimenez a Fofana. Con altri si fa pari, penso a De Winter, Okafor, Jashari, Ricci… Le vere plusvalenze sono rarissime: Tonali, Reijnders, Thiaw, e comunque anche vendere ogni anno quelli che funzionano depaupera la squadra. Non ci vuole un genio per capire che i giovani di talento sono così pochi che è difficile azzeccarli…”.
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