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Ibrahimovic: “Allenare in futuro? No, il motivo è semplice. Ecco qual è la parte più dura del mio lavoro”

Le parole di Zlatan Ibrahimovic non sono mai banali, ma soprattutto non sono mai vuote. Nell’ultima intervista l’ex fuoriclasse svedese si è raccontato senza filtri, offrendo uno spaccato profondo della sua mentalità, del suo rapporto con la vittoria e della difficoltà di vivere il calcio da una prospettiva diversa rispetto a quella del campo. L’ex attaccante e campione rossonero è stato intervistato nel corso del podcast (Ne)uspjeh prvaka. Queste le sue parole:

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“Tutto quello che ho vissuto da giocatore mi ha formato anche come uomo. Tutto ciò che ho imparato, che avevo intorno a me, mi hanno reso quello che sono oggi. Vado avanti con quella mentalità, con quella disciplina. Tutto è il risultato di quello che ero da giocatore e degli obiettivi che ho sempre avuto, ho sempre cercato una mentalità vincente. Non è che non so perdere, ho perso e perderò ancora, ma non è nella mia natura. Devo vincere, voglio vincere e so come vincere. Questo sono io, voglio essere diverso dagli altri e allora sono il migliore. La vedo così”.

Vorresti diventare allenatore?

No. Se sei stato un giocatore di alto livello, non è la stessa cosa… Allenare è un altro mondo, ti aiuta un po’, ma molti sbagliano. Pensano che siccome sono stati grandi giocatori allora saranno grandi allenatori. Io soffro perché non posso più giocare, aiutare i miei compagni, incidere, giocare e vincere. Mi sentivo vivo, entravo in campo e uno doveva vincere. Per me perdere era difficile, ma non siamo supereroi. Se non vincevo era come se non fossi vivo. La parte più difficile del mio lavoro è non poter aiutare giocatori, allenatori, tifosi, club”.

Ibrahimovic, poi, ha raccontato un aneddoto sul suo passato:

“Dovevo finire un allenamento sul tapis roulant dopo che mi ero fatto male alle ginocchia. Sei volte due minuti di corsa veloce con 3 secondi di pausa. Ero verso la fine, dovevo andare in bagno, ma non potevo fermarmi. Corro, corro, mi sono cagato addosso, ma ho continuato a correre, mi sono fissato in testa che dovevo finire. Se rubo, rubo a me stesso. Perdo io, non tu”.

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