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Ibrahimovic a sorpresa sul futuro: “Vorrei fare l’attore!”

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Zlatan Ibrahimovic si racconta, a 360 gradi, senza filtri. Quelli non li ha mai avuti, in realtà. La leggenda svedese è stato ospite del giornalista Piers Morgan per una lunghissima intervista del suo ormai celebre format “Piers Morgan Uncensored“. Qui la prima parte:

Pensi di essere più forte del 95% degli attaccanti? 

Non lo penso, lo sono”.

Cosa vuoi fare ora? 

Faccio molte più cose ora di quando ero in attività. Faccio collaborazioni, sono coinvolto in diversi progetti. Sono curioso per quanto riguarda fare l’attore. Ho passato una vita davanti alle telecamere, non sono timido. Ma non so se sono un bravo attore, non penso”.

La tua vita è stata una lotta continua: 

Vero. Anche se non sono in una situazione del genere la vado cercando, è un qualcosa che mi dà adrenalina. Da dove arrivo io era una questione di sopravvivenza, il più forte andava avanti. Per sopravvivere devi essere duro e dimostrarlo. Questo l’ho portato anche nel mio modo di giocare. Alcune volte è andato contro di me, altre volte mi ha dato vantaggi. E giù i media a criticare, criticare, criticare. Ma questo sono io. Se non fossi stato così non sarei qui a parlare con te. Ho molta esperienza davanti ai media, non ho paura di dire quello che penso e fare quello in cui credo. Se poi mi buttano merda addosso… Non fa niente. Questo sono io. Non ho bisogno di essere perfetto per gli altri. Se sei te stesso sei già perfetto. Fai errori e impari dai tuoi errori. È importante essere sé stessi

Sono andato in America e ho partecipato a qualche grosso talk show. Mi chiedevano del mio entourage, dicendo che di solito attori e ospiti importanti arrivano con una ventina di persone al seguito. Allora gli ho detto: “Ma vuoi me o il mio entourage?”. Non ho bisogno degli altri per la mia immagine, basto io. Per questo dico sempre: “Essere perfetti vuol dire essere sé stessi”. E se mi arrabbio vuol dire che sono me stesso, ne ho bisogno. Ed è così che tiro fuori il meglio, quando cammino sul fuoco. Quando gioco lo faccio per vincere, e faccio di tutto per farlo. Se vinco è la prova che sono vivo. Da dove arrivo era così. Ci sono state situazioni in cui dei miei compagni di squadra non reggevano questa cosa e piangevano davanti a me, ma non importa. Io sono qui per vincere. Ho giocato in tre dei cinque top club mondiali, e se non avessi fatto il mio lavoro mi avrebbero sostituito con qualcun altro. Non sono qui per essere buono o cattivo, sono qui per vincere. E per vincere ho bisogno di trovare questi stimoli che mi tirano fuori il meglio”.

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Parli di Malmo come un ghetto, un posto difficile. Dici che puoi portare via un ragazzo da Rosengard, ma non puoi portare via Rosengard da quel ragazzo. Cosa intendi?

Intendo che io posso anche andare via dal ghetto, ma il ghetto mi rimane comunque dentro. Sono sempre quel ragazzo anche se non sono più lì. Il posto in cui nasci rimarrà sempre dentro di te. Non cambierei mai per il successo, non cambierei mai qualunque cosa mi capitasse. Sarò sempre lo stesso ragazzo. Non è che se ora compro una bella casa in una zona da ricchi divento come loro. No, sono sempre me stesso. È importante rappresentare il luogo da dove vieni. Poi ovvio, devi avere disciplina, rispetto, educazione. Non puoi essere un animale”.

Pensi di essere stato d’ispirazione per i giovani che si trovavano in una situazione come la tua? 

Al 100%. Non ci sono tanti calciatori con un background come il mio. Sono felice di essere andato a sbattere contro tanti muri per poi aprire le porte alle prossime generazioni. Io ho aperto le porta, ora sta a loro entrare. Non posso parlare per loro o fare cose per loro. Io ho aperto le porte e ho dovuto sopportare tanta merda per essere dove sono ora, e mostrare a tutti che è possibile. E fargli accettare che è giusto avere una possibilità a prescindere da chi sei. Tutti hanno le stesse possibilità di farcela, ma poi sta a te”.

Tuo papà ha mai parlato con te della guerra in Jugoslavia? 

No, non ne ha mai parlato. Vivevo con mio padre, cinque bambini. Mio fratello maggiore è venuto a mancare un paio di anni fa. Ho due sorelle maggiori con cui non ho rapporti. Ho un’altra sorella maggiore, abbiamo gli stessi genitori e siamo in contatto. È un casino lo so. Ho anche un fratello minore con cui sono in contatto. Io vivevo da solo con mio padre. All’inizio era ok, mio padre faceva di tutto per sopravvivere, pagare l’affitto, le bollette, farmi felice. Ha fatto il massimo. Poi è iniziata la guerra e ha iniziato ad allontanarsi. Non è un segreto che mio padre bevesse, era lì seduto al telefono cercando di entrare in contatto con la sua famiglia. Non sapevo cosa stesse succedendo perché ero piccolo. Ma lo vedevo. E spesso quello che vedi ti rimane molto più impresso di quello che ascolti o senti. Ma non ne abbiamo mai parlato, lui ha cercato di aiutare la sua famiglia che fuggendo era arrivata in Svezia. Ricordo che di notte era sempre al telefono cercando di aiutare, ma io giovane, matto, selvaggio, sempre fuori a giocare a calcio”

Avevo comunque la disciplina di andare a scuola, se non fossi andato a scuola mio padre mi avrebbe ammazzato, com’è normale che sia nel nostro mondo. Ma non mi avrebbe picchiato, mia madre invece sì. Lo faceva con un cucchiaio da cucina, e se si rompeva mi diceva di andarne a comprare uno nuovo. Quanti ne ha rotti? Un sacco (ride, ndr). C’è stato un momento che arrivava anche con il mattarello, ma lì scappavo via. Era troppo duro. Ma per noi era normale”.

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Credi che queste cose ti abbiano lasciato qualcosa di negativo dentro? 

No. Mi hanno reso più forte. Ora che sono anche io un padre capisco cosa hanno passato i miei genitori. Non è facile. Ora viviamo in condizioni differenti. Mia madre aveva cinque figli, e per sfamarli lavorava dalle 7 alle 16. Avevo sorelle maggiori e un fratello maggiore che però non era nato da mia madre… Lei comunque doveva dare da mangiare a tutti, e non era facile. Eravamo tutti giovani, matti e un po’ selvaggi. Non era facile. Quello era un modo duro per darci disciplina. Se potessi tornare indietro direi comunque che è stato ok, mi ha reso ciò che sono oggi. Per molti non è accettabili, ma eravamo in condizioni diverse. C’era un’altra mentalità, un altro approccio. Venivano dai balcani, dalla Jugoslavia. C’è una mentalità differente, lì è normale”.

Qual è il tuo rapporto con i tuoi genitori oggi? 

Sono più vicino a mia mamma che a mio padre. Lui e io abbiamo due ego enormi. Quando litiga con me è come se litiga con sé stesso. Ma non lo capisce. Sono come lui, mi ha reso chi sono oggi. Faccio un esempio. Entra nel mio garage e mi chiede cosa devo farci con tutte queste macchine costose. E io gli rispondo: “Io faccio le mie cose, tu pensa alle tue”. Mi sfida, è come me. Ma è molto orgoglioso di me. Quando sono diventato semi pro ha iniziato a mettere in sala solo foto mie, come se fosse un museo. Ha avuto una nuova prospettiva nella vita. Addirittura mi dava consigli su come giocare. Io lo ascoltavo ma ovviamente facevo di testa mia. Era comunque il primo a criticarmi se le cose non andavano come dovevano. Mi diceva di avere disciplina, di rispettare gli arbitri e cose del genere”.

L’episodio del letto: 

Gli ho detto che stavo crescendo e avevo bisogno di un nuovo letto. Siamo andati a comprarlo, ma per trasportalo a casa c’era un costo. Ma non aveva abbastanza soldi. Allora lo ha portato lui in spalla, e io da dietro vedevo che era pieno di adrenalina, era carico. Io ero dietro di lui con il comodino, ed essendo ancora piccolo ovviamente andavo piano. E lui si arrabbiava, mi diceva di sbrigarmi. C’è voluta un’ora e mezza per tornare a casa con il letto. Avrebbe fatto tutto per me. Mi ha sempre dato tutto e non mi ha mai fatto mancare niente, anche andando oltre quelle che erano le sue capacità. Pagava i miei viaggi per andare al centro di allenamento piuttosto che l’affitto, lo rimandava di uno o due mesi”.

Secondo te qual è stato il momento della tua carriera in cui è stato più orgoglioso di te: 

Non lo avrebbe mai dimostrato. Ma penso che il suo momento di orgoglio particolare coincide con le mie partite più importanti nei palcoscenici più importanti, dove il suo cognome, Ibrahimovic, è in mondovisione. Ho fatto un grande errore quando sono andato all’Ajax, sulla maglietta avevo scritto Zlatan. Ogni volta che incontro mio padre lo vedo, anche se non me lo direbbe mai, che non gli è piaciuto. Ma io ero pieno di adrenalina, ogni volta che parlavano di me dicevano “Zlatan, Zlatan, Zlatan”. E nella mia testa era Zlatan, non Ibrahimovic. E così ho messo Zlatan. Ma dopo quell’anno ho messo il mio cognome così da portarlo avanti, di generazione in generazione. E ora lo portano i miei ragazzi

Ti faccio un altro esempio per farti capire com’è mio padre. Torno a casa e gli faccio trovare una nuova macchina in regalo. Era una Mercedes Classe C. E lui mi risponde: “Non ho bisogno di una macchina”. E qui mi innervosisce, gli dico: “È la tua macchina, guidala”. E gli lancio le chiavi sul tavolo. La cosa divertente è che dopo qualche giorno guidavo in città e l’ho beccato che guidava la macchina che gli ho regalato. Di fronte a me non dimostra quanto gli ha fatto piacere, ma poi quando non ci sono la usa. È la sua mentalità, sotto il suo tetto è lui il capo e dice che non ha bisogno di niente”.

Com’è la vita di tua mamma ora? 

Le ho comprato tante cose, com’è normale che sia. Cerchi di aiutare. Quello che ho imparato subito quando ho avuto successo è che avrei aiutato, ma senza interferire nella sua vita privata. Non sono quello che deve scegliere per te. Ho aiutato tutti, ho reso la vita più facile a tutti. Ma in ogni caso devono comunque prendersi cura di loro stessi, non voglio cambiargli la vita. Ho dato a tutti una casa, tutti dovrebbero averne una. Quando ero piccolo non avevo mai il frigo pieno, anzi. E allora mi sono assicurato che tutti in famiglia avessero il frigo pieno. Quando mi sono trasferito con mia moglie le ho detto: “L’unica cosa che ti chiedo è che quando apro il frigo deve essere pieno, anche se non devo prendere nulla al momento voglio cancellare quell’immagine del frigo vuoto di quando ero piccolo”. Inoltre ho fatto in modo che avessero anche qualche extra nel portafoglio, così in caso di emergenza non ci sono problemi. Ma senza andare in giro a spendere per divertimento”.

Pensi che ti abbiano cresciuto facendoti sentire amato? 

Penso che nella nostra famiglia dimostriamo affetto e amore in un modo diverso. Dimostriamo amore in un modo duro, quasi aggressivo. Non siamo persone da abbracci, abbiamo un ambiente più duro”.

Pensi che il calcio ti abbia dato una via d’uscita da una vita che poteva prendere pieghe pericolose? 

Penso che il calcio mi ha salvato. Da dove vengo io non ci sono sfumature, o scegli una strada o un’altra. Dipende da cosa vuoi. Mio padre mi ha dato la disciplina. Quando facevo qualcosa che non andava bene me lo faceva capire alla sua maniera. Avevo paura di lui, ma continuavo a fare cose che non andavano bene perché volevo avere cose che gli altri avevano e io no. E le ho prese alla mia maniera. Mi faceva avere paura di fare cose stupide, però le facevo ugualmente perché allo stesso tempo mi stimolava. Nel frattempo giocavo sempre a calcio. La mia mentalità era: “Io sono il migliore, vaffanculo a tutto il resto”. Questo era il mio motto. Volevo essere il migliore. Un giorno mio padre mi disse che dovevo provare a giocare a livelli più alti, sono stato preso subito. Il calcio era sempre il mio focus principale, anche se facevo cose stupide”.

Hai mai incontrato di nuovo le persone che ti hanno bullizzato da piccolo? 

Sì, molte. Ma comunque penso che ero più bullizzato dai media che dalle persone. Comunque quelle persone le ho incontrate ma non ci ho parlato. Hai degli amici quando sei giovane, ma capisci chi sono i veri amici quando subentrano in gioco i soldi”.

Senti di esserti preso una rivincita verso quei bulli? 

Tutti sognano di diventare una certa cosa. Se condividiamo lo stesso sogno non posso odiarti, crediamo nella stessa cosa. Quindi non posso prenderlo in antipatia. Ma è la stessa cosa che succede adesso sul campo. Se litigo con qualcuno sul campo comunque non posso odiarlo come persona, condividiamo lo stesso sogno”.

Il successo è la vendetta migliore?

 In alcuni momenti sì. Ricordati che io giocavo quando non c’erano i social media, e quindi non potevo reagire alle critiche allo stesso modo in cui possiamo reagire oggi. Ora puoi fare quello che vuoi. Ai miei tempi dovevo aspettare di rivedere quella persona faccia a faccia. Ma una volta rivista potevo fare e dire quello che volevo, non c’erano limiti”.

Hai mai colpito un giornalista? 

No, ma avevo così tanta rabbia da esserci andato vicino. Ma non sono andato oltre, avrei avuto delle conseguenze”.

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