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Jérémy Ménez a cuore aperto: la verità sulla lite con Montella e il gol più bello della sua carriera

L’attaccante francese ha ripercorso le tappe principali della sua avventura italiana sulle pagine de La Gazzetta dello Sport, soffermandosi in particolare sul retroscena che segnò la rottura con l’ambiente rossonero. Di seguito le sue parole.

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L’intervista a Jérémy Ménez

Nel 2014 ci fu il suo arrivo al Milan, come avvenne?

“Dopo tre anni al Psg avevo bisogno di una nuova sfida. Ricordo che Ibrahimovic e Thiago Silva chiamarono Galliani. Adriano venne a Ibiza, dove ero in vacanza, e mi convinse. Il primo anno fu incredibile: 16 gol e 4 assist. Il secondo, invece, andò male”.

Come mai? 

“Durante un allenamento feci uno scatto in salita e sentii un dolore enorme alla schiena. Al Psg mi ero già operato di ernia e quella parte del corpo mi dava problemi. Faticavo a camminare e fui costretto a operarmi. Una volta tornato, però, avevo ancora troppo dolore. Ad agosto il medico mi disse di seguire una terapia farmacologica e di stare a casa per quattro mesi. All’inizio zoppicavo, tornai solo a gennaio”.

Il litigio con Montella, ci racconta cosa è successo? 

“Andammo in ritiro in America. In un’amichevole contro il Liverpool mi mise in panchina e all’allenamento successivo mi comportai da svogliato. Lui mi cacciò e io gli risposi in modo acceso. A fine allenamento chiamò Galliani e gli disse di mandarmi via. Ero una testa calda, è stata colpa mia”

Gestiva male la rabbia? 

“Il mio carattere mi ha limitato, lo ammetto. Potevo fare molto di più. Giocavo senza pensare, d’istinto. Volevo divertirmi con la palla e questo, magari, mi portava a non gestire bene la rabbia”. 

Gol più bello in carriera? 

“Il tacco in Parma-Milan. Fece il giro del mondo. Il campo era bagnato e la palla schizzò in aria. Ma anche il piatto al volo nel derby contro l’Inter fu un gol altrettanto bello”

Giocatori alla Ménez se ne vedono pochi in Italia, oggi. 

“Vero. Nel Milan di Amorim, per esempio, manca fantasia. È un limite. Ma non riguarda solo l’Italia: anche nel calcio in generale si sono un po’ persi i giocatori creativi”. 

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