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Navarro spiega il suo Milan Futuro: “Tattica? No, conta altro…”

Sergio Navarro, allenatore del Milan Futuro, ha rilasciato una lunga e interessante intervista ai microfoni della Gazzetta dello Sport. Ecco le sue parole sul suo metodo di lavoro e sui suoi fondamentali come allenatore.

Sul suo approdo al Milan: “In primavera mi ha chiamato Kirovski e mi ha colpito molto. Non ci conoscevamo ma diceva quello che dico io. Invece di parlarmi di vittorie e soldi, come fanno tutti, mi spiegava: ‘Ho bisogno di un allenatore sensibile’. Non è stato il prestigio del Milan a convincermi ma la sua sensibilità”. 

Sulla sua formazione calcistica: “Il calcio è un’ossessione da sempre, da bambino rompevo porte e finestre con la palla e mi dicevano ‘per favore Sergio, ora basta’. Da calciatore però sono durato fino ai 26 anni, giocando sempre in categorie inferiori. Ero un centrocampista, avevo buoni piedi, ma pensavo che i miei allenatori non mi aiutassero. Facevo da solo. Da lì la scelta di studiare per insegnare ai giovani. Mi sono laureato in pedagogia e preparazione atletica, poi ho fatto un master del Barcellona. Sono diventato amico di Juanma Lillo, un allenatore di un altro livello”. 

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Sui suoi obiettivi da allenatore: “Responsabilizzare il giocatore, perché in campo deve decidere da solo. Lo dice la scienza, non io: se ti senti protagonista, il tuo livello si alza. Al primo allenamento, un anno fa al Debrecen in Serie A ungherese, un giocatore mi ha chiesto: ‘Come giochiamo?’. E io: ‘Ah, non lo so’. Mi guardavano malissimo. In Spagna e in Ungheria qualcuno diceva che con me non si fa nulla, perché faccio fare tutto ai giocatori, ma è la mia strategia. E qui al Milan tutti mi hanno capito”. 

Alcuni esempi delle decisioni prese dai calciatori: “Quando abbiamo giocato con l’Everton, ho chiesto ad alcuni giocatori di scegliere come avremmo attaccato, ad altri come avremmo difeso, ad altri ancora che cosa avremmo fatto sui calci piazzati. Hanno deciso loro”. 

E se sbagliano?. “Non sbagliano, sono più bravi di me. E poi, se io intervengo per correggere, è il mio ego che parla. Invece io mi fido dei miei ragazzi. Per me tutti i ragazzi che alleno possono arrivare a giocare titolari nel Milan. Tutti hanno il potenziale e la convinzione per farcela. Plazzotta e Pandolfi, ad esempio, hanno il calcio in testa, guardano prima di noi quello che accade in campo. I calciatori possono non essere colti ma tutti hanno una grande intelligenza emozionale per il gioco, per capire che cosa sta succedendo in partita, altrimenti non sarebbero qui”.

Sul modo di relazionarsi con i ragazzi: “Io osservo e prendo appunti sul mio taccuino, come in partita. Poi vado dal giocatore e gli parlo. Negli ultimi due mesi ho fatto 100 colloqui individuali. Mi interessa sapere della loro vita fuori dal campo: chi è fidanzato, quali sono i loro hobby e passioni. Sono loro a dirmi dove vogliono migliorare. A qualcuno ho consigliato dei libri”. 

Un esempio di un libro: “’Il gioco interiore del tennis’ di Gallway. Oppure ‘La trama della vita’ di Kagan. Io ora sto leggendo un libro sul Milan di Sacchi”. 

Su Silvano Vos e la sua rinascita: “Ho parlato tanto con lui, ma mai di calcio. Solo della vita: cosa lo rende felice e cosa infelice. Lui si è aperto e ha cambiato il suo approccio. E’ sempre puntuale, parla con tutti e sorride. Quando un giocatore sta bene, il talento si vede”. 

Sul tipo di esercizi fatti in allenamento: “Oggi quattro contro quattro, domani uno contro uno: si cambia sempre, come la vita. E in allenamento non fischio i falli: i giocatori sanno arbitrarsi da soli”. 

Sulle novità che ha portato in allenamento: “Nelle partitelle, un gol non è valido se non si esulta tutti insieme. I ragazzi hanno scelto le regole di comportamento, le multe e i quattro capitani: hanno votato Ossola, Sala, Piermarini e Mancioppi. Nella hall di Milanello ho portato scacchi, carte e Forza 4: i ragazzi in quelle aree possono usare lo smartphone ma l’idea è che lo lascino da parte e giochino insieme”. 

Quali sono le richieste alla squadra: “Prendere l’iniziativa, con e senza palla. Il risultato non è vincere o perdere 4-0, è guardare il processo di crescita nelle singole partite”. 

Fuori dal campo invece ‘è qualche indicazione? “Devono trovare altre passioni, leggere, fare altri sport. Al Villarreal e al Bilbao abbiamo creato un programma di crescita emozionale, collaborando con un’associazione che curava i cani abbandonati. Una volta al mese, un giocatore saltava allenamento e andava dai cani, che è molto più utile. Nella seconda squadra del Villarreal, ogni venerdì alcuni ragazzi andavano da persone con paralisi cerebrale. Li lavavano, pulivano loro la bocca. Con mia sorpresa, mi dicevano ‘è la migliore esperienza che abbiamo fatto nella vita’”. 

Sul come risolvere le problematiche: “Credo non vada preso come un problema ma come un’opportunità, per capire quale sia la causa reale del ritardo. I giocatori sono persone che soffrono molto. Hanno pressioni, aspettative delle famiglie, questioni personali. Io quando giocavo ho pianto molto”. 

Sul suo sogno come allenatore: “Sogno che questa squadra di Milan Futuro tra due anni sia il Milan”.

Si è mai lamentato con qualcuno quest’anno? Ecco la risposta di Navarro: “Con gli arbitri una volta sola, per un fallo, e ho sbagliato: devo migliorare. Con i ragazzi, quasi mai”. 

Sul rapporto con Amorim: “Parliamo molto. La prima volta gli ho detto “se sono un disastro, puoi dirmelo”. Ha personalità, guarda molto i giovani ed è una persona straordinaria. Percepisco il grande feeling che Ruben ha con i suoi giocatori”.

Sull’attaccamento alla maglia dello staff italiano, Navarro dice: “Per la prima volta nella vita, ho trovato un intero gruppo di lavoro con un alto livello di amore per il club e voglia di imparare. Di solito ci sono litigi, gelosie, invidie, qui il livello di tutti, dai miei assistenti al preparatore dei portieri, è molto alto”. 

Sulla sua sua giornata tipo: “Vengo qui a Milanello alle otto di mattina ed esco alle sei di sera. Faccio un’ora di auto, aiuto mia figlia a fare i compiti, dormo e ricomincio. Sempre fatto così”. 

Cosa conta realmente per Navarro? Ecco la sua risposta: “Per me non è importante il 4-2-3-1 o il 4-4-1-1 e penso che i dati, che ora vanno di moda, siano complementari ma non centrali, perché un gps non misurerà mai l’umanità, non dirà mai se un giocatore è forte. Per quello, servono gli occhi, il feeling a pelle, l’opinione di altre persone. Alla fine, conta l’amore: fidarci l’uno dell’altro, perché solo se sei al sicuro rendi al massimo”.

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