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Milan, la parola chiave è coraggio: ciò che è mancato in questi mesi e che servirà quest’estate

allegri

Partiamo da una premessa fondamentale: se il Milan dovesse conquistare la qualificazione in Champions League, la stagione meriterebbe minimo un 6. L’obiettivo era quello e la squadra, almeno fino ad oggi, non ha mai dato la sensazione di poter mettere a rischio il quarto posto. Detto questo, la sconfitta di ieri è il manifesto di ciò che non ha funzionato in casa rossonera durante la stagione, o quantomeno di ciò che poteva essere fatto meglio.

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Nel primo tempo il Milan ha provato a giocare con un baricentro più alto del solito, recuperando diversi palloni nella metà campo avversaria. Però poi la sensazione è che l’impeto finisse lì. Una circolazione del pallone sempre molto lenta, una squadra sempre molto “controllata” in ciò che fa, senza mai trasmettere la sensazione di andare all-in. Anche i cambi di Allegri hanno confermato quest’impressione, con le tre punte schierate solo negli ultimi 10′ quando il Napoli ha segnato il gol del vantaggio.

La parola chiave

E allora arriviamo alla parola chiave: coraggio. Quello che forse è mancato al Milan in questi mesi, soprattutto se si pensa ai tantissimi punti persi contro le piccole e che di fatto sono costati lo scudetto. Quante volte il Milan in quelle partite ha recuperato il risultato soltanto negli ultimi minuti, quando la situazione era compromessa ed era costretto a buttarsi in attacco? Chissà come sarebbe finito il campionato con un atteggiamento un po’ più spregiudicato sin dall’inizio almeno contro le piccole. Parliamoci chiaro, in un campionato perdere a Napoli ci sta, e anche ieri il Milan non ha dato l’impressione di essere inferiore ai partenopei. Però non si è vista, come con la Lazio, quella aggressività che ad esempio nei derby il Milan non fa mai mancare.

Ma il coraggio a cui faccio riferimento è anche di un altro tipo: il Milan ha sette partite per ufficializzare il ritorno in Champions, e salvo colpi di scena non dovrebbero esserci troppi problemi per la qualificazione. Allegri avrà dunque centrato l’obiettivo stagionale. E l’anno prossimo? Se il Milan, com’è assolutamente comprensibile che sia, decidesse di continuare con Allegri come da contratto, ha il dovere di rifinire la squadra secondo i gusti dell’allenatore, rimodellando quindi un attacco che quest’anno ha faticato praticamente in tutti i suoi interpreti, a causa dei problemi fisici, ma anche per delle caratteristiche tecniche che non erano ideali per il gioco del proprio tecnico.

Se si ha realmente fiducia in Allegri bisogna essere pronti a sacrificare anche pedine importanti come Pulisic o Leao, se questa dovesse essere la volontà del mister, in favore di attaccanti con caratteristiche più adatte al suo gioco, come un centravanti vero, abile in area di rigore e che sia una garanzia per la squadra.

Una soluzione azzardata

Altrimenti c’è l’altra strada, che sarebbe tremendamente coraggiosa, per non definire quasi azzardata: pensare di separarsi da Allegri con il massimo rispetto e dopo aver (si spera) raggiunto l’obiettivo della Champions, per provare a puntare su un allenatore ritenuto più adatto come mentalità per aprire un ciclo di vittorie. Un nome banale? Cesc Fabregas, che in Italia sta crescendo di mese in mese, mischiando partite in cui il suo Como dà spettacolo, ad altre in cui capisce che la priorità deve essere chiudersi bene.

Penso che per tornare a vincere in Italia si possa intraprendere solo una di queste due strade. La via di mezzo come quest’anno (dunque un allenatore che è una garanzia, ma che ha bisogno di maggiori individualità per puntare alla vittoria) era sufficiente per il ritorno in Champions, ma per lo scudetto non basta.

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