Stanotte abbiamo capito che la dirigenza del Milan non può neanche definirsi americana.
A New York c’è la notte di chi balla sui semafori, delle bandiere e del traffico, e il quartiere di Manhattan non è mai stato così vivace prima d’ora. Anche il sindaco partecipa alla festa, e persino stars quali Timothee Chalamet, Adam Sandler e Jay Z restano sparse nella folla, e se ne stanno a piangere per strada.
– Concret jungle where dreams are made of, there’s nothin’ you can’t do, out of New York, – è ovunque, risuona il ritornello di “Empire State of Mind” di Alicia Keys. Lo stanno ballando tutti: celebrities, americani di terza generazione, è pieno di bambini, qualche turista che viene da molto lontano.
Ma cosa potrà mai accadere a rendere INVIVIBILE la Grande Mela?
Dopotutto, New York ha la corazza durissima e la testa piena, ed è una città costruita sul sangue e sulla violenza, poi diventata metropoli. È abituata ai subbugli, ma pienoni del genere non si vedevano dai tempi delle zuffe tra europei o dai Five Points. Quelle di “Gangs of New York”.
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Semplicemente, nella notte italiana – è già storia – i New York Knicks hanno vinto il loro terzo titolo NBA. Così raggiungono il primato nella stagione del campionato di basket americano, a ben cinquantatré anni dall’ultima volta. Un’attesa urgente per intere generazioni, per nonni e padri e nipoti, arrivata nel luogo che più ne aveva bisogno su tutta la superficie degli Stati Uniti d’America. E quindi gli americani piangono di gioia da ieri sera.
Ma perché sanno che ci hanno creduto, durante tutto questo tempo, e in questi oltre cinquant’anni ci sono sempre stati.
Perché spesso le cose andavano male. E loro sono restati, comunque, i migliori tifosi d’America.
Allora, per noi europei deve restare evidente che, dall’altra parte dell’oceano, il modello americano dei New York Knicks, come accade nello sport, avrebbe potuto anche non finire così. Avrebbe potuto fallire ancora. Ma resta evidente che gli americani abbiano seguito un percorso davvero chiaro, poiché hanno praticamente costruito questo team nel giro di soli TRE anni.
Ci ha pensato anche il presidente James Dolan. La progettualità della dirigenza Knicks – e la facciamo breve e troppo semplice – ha quindi visto in Brunson il ruolo di leader offensivo, in Towns una seconda minaccia offensiva, in Hart un potere operaio di corsa e sacrificio per il campo, in Anunoby un tradizionale specialista per “difesa e tiro da tre”, e in Bridges un elemento versatile nonché capace di fare un po’ tutte queste cose, insieme. In mezzo ai titolari, poi, tanti altri discorsi fondamentali, e dei panchinari importanti.
Perciò, la progettazione degli americani ha sempre avuto a cuore i “ruoli“, e non soltanto quelli tattici. Infatti, la priorità dev’essere sempre alle gerarchie e alle responsabilità, ai compiti di ognuno che gioca. Perché in campo non sarebbe dovuto mancare niente, e quindi i protagonisti dovevano incastrarsi a perfezione.
Alla fine, i Knicks hanno vinto anche perché – insieme – non hanno mostrato punti deboli, come era stato studiato dalla progettazione sportiva. Hanno rappresentato un esempio piuttosto universale, anche nella costruzione dello staff: coerenza, unità, completezza di idee, e soprattutto complementarità.
Perché ognuno deve completare chi è vicino, nello sport, per eliminare i difetti.
Forse questo non è il modello degli americani, ma è il buon modello – più in generale – dello sport. Ovvero, anche il modello dei New York Knicks.
Allo stesso tempo, poi, il Milan degli americani continua a prendere e acquistare in base ad altri criteri: le dirigenze da formare da capo hanno personalità contrastanti, diversissime, ognuna di una opinione diversa, con filosofie che non possono mai essere unitarie. Alla fine, il Milan lavora per frammentazione anche sul campo: non ci sono leader o giocatori più responsabilizzati – come era qualche anno fa -, è tutto confuso e non ci sono gerarchie. È questo lo specchio di una società dove ogni giocatore è sempre meno responsabilizzato, nel Milan.
Ma in fondo basta che, quando tutto va male, la dirigenza di Cardinale dica di pensare all’americana, quando invece sta soltanto pensando male. Poi sorridere, e annuire, come sempre.
