Stop a polemiche e chiacchiericci, gioca il Milan. Non sarò certo io a consigliarvi di sintonizzare le lancette degli orologi. Tra dodici ore circa siamo tutti invitati ad indossare l’abito della festa per l’appuntamento di gala al quale Salmān bin ʿAbd al-ʿAzīz Āl Saʿūd ci ha invitati. Sarà il King Fahd International Stadium di Riyadh, teatro di sfarzo e magnificenza vestito, ad accogliere la nobiltà di uno sport portatore sano di passione.
Da giorni, ore, è assordante l’andirivieni di tutti gli invitati, che siano a tinte rossonere o neroazzurre, non fa differenza. “Come sto?” – “andrà bene?” – “non mi sento pronto/a” – “e se poi non piaccio?” – sono le classiche frasi a composizione della colonna sonora che accompagna i protagonisti ai grandi eventi. Soprattutto se quell’appuntamento può segnare la tua vita.
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Il Milan, come la stessa Inter, assomigliano a due impaurite debuttanti alla vigilia del ballo per l’accesso alla società nobiliare. Eppure non sarebbe la prima volta. Ma il periodo di instabilità emotiva e la responsabilità verso milioni di tifosi speranzosi unita a quel tricolore sul petto che non è un accessorio qualunque, ci stanno facendo vivere queste ore come fosse la vigilia di una prima volta.
Però ci siamo quasi. L’abito della festa c’è, lo scenario pure. Non dimentichiamo di indossare la maschera. Non demonizziamola (la maschera), poverina. È l’accessorio perfetto per accantonare il recente passato e rinvigorirsi per qualche ora con la nostra storia declinabile in una sola parola: vincente!
Oscar Wilde considera l’uomo “meno se stesso quando parla in prima persona. Dategli una maschera, e vi dirà la verità“. Una maschera separa noi e la verità. Una velo tra quello che siamo oggi e la vittoria. Non è un arteficio per nascondersi ma un mezzo per contattare la vera parte di se e raccontarla agli altri.
Stefano, Tata, Davide, Fick, Simon, Pier, Theo, Sandro, Isma, Rafa, Olivier, Charles e tutti voi che siete in terra araba, raccontateci chi siete. Vi ascoltiamo. Avremo tempo e modo di analizzare il finale ma fateci volteggiare con la bellezza delle vostre verità. Senza paura.
Come scelse di fare l’impavido Riccardo in “Un ballo in maschera” di Giuseppe Verdi. All’amata Amelia, moglie di Renato suo carissimo amico, dedicò questi versi
“Ma se m’è forza perderti per sempre, o luce mia. A te verrà il mio palpito sotto qual ciel tu sia. Chiusa la tua memoria nell’intimo del cor” per avere il coraggio di confessare un’amore impossibile. È la maschera, catalizzatrice di forze recondite, il mezzo per raggiungere un obiettivo.
Ormai i drappi rossoneri ornano la sala mentre l’orchestra è pronta a suonare il suo appassionato waltzer. Adesso Milan tocca a te, tranquillo, sei bellissimo.
Ah dimenticavo, ecco la maschera … Si va in scena!
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