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AMARCORD – Monza-Milan, quell’amichevole che passò alla storia

Dalla mia nascita fino ai 16 anni avevo passato una vita molto felice, sia in famiglia, sia calcisticamente parlando. Iniziai a capire di calcio e ad appassionarmi follemente al Milan dall’arrivo di Sacchi, andando allo stadio con discreta frequenza con il mio papà. Cappello con le treccine di Gullit d’ordinanza, mio idolo indiscusso. Fino ad allora non avevo mai conosciuto l’onta di stagioni fallimentari, di sconfitte brucianti e di addii difficili da digerire nell’età adolescenziale.

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Nel primo semestre del 1997 iniziai a provare sulla mia pelle che la vita non è fatta solo di vittorie e felicità, ma anche di dure e sonore sconfitte, oltre a perdite dolorose. Proprio così. Dopo una stagione disastrosa, undicesimi in campionato, fuori ai gironi di Champions League, cosa mai vissute prima, dovetti sopportare l’addio al calcio di quello che avevo visto come unico Capitano Franco Baresi. Ma soprattutto l’addio alla vita del mio condottiero di tutti i giorni, il mio caro Papà, colui che mi lasciò in eredità questa passione infinita per i colori rossoneri.

L’aria che respiravo in quell’estate era quella della ricostruzione e della rinascita. Sapendo che tutto non sarebbe stato come prima, ma che però poteva essere altrettanto bello. Come solo il Presidente Berlusconi sapeva fare, presentò la nuova squadra con uno Supershow davanti a 10.000 persone al Forum di Assago, con tanto di diretta televisiva . Fu ritirata per sempre la maglia numero 6 di Baresi e nominato Capitano Paolo Maldini con la sua foto che campeggiava sugli abbonamenti di quella stagione.

I nuovi acquisti furono tanti Kluivert, Ziege, Bogarde, Maini, Cruz, Taibi, Andersson, Smoje. Come nel 1987 mi incuriosivano le treccine di Gullit, un nuovo acquisto mi balzò all’occhio sempre per la sua capigliatura. Forse perché sapevo che sarei diventato calvo con l’avanzare dell’età. Aveva i capelli ossigenati alla Dennis Rodman, cosa non proprio comune ai tempi. Parlo del gioiellino della nazionale francese Ibrahim Ba. Calcisticamente in Italia si sapeva poco di lui a parte che fosse una delle promesse del calcio transalpino, ma quel suo look fuori dagli schemi lo fece diventare immediatamente l’idolo del Milanologo. 

Stadio Brianteo, 24 luglio 1997, Monza-Milan. Prima amichevole estiva della stagione. Finalmente arriva il momento del debutto del nuovo Milan targato ancora Fabio Capello, generale di ferro di ritorno dalla vincente campagna spagnola con il Real Madrid. Io non vedo l’ora di vedere in campo i nuovi acquisti ed in particolare il mio nuovo idolo dalla testa bionda. I brianzoli che schierano in porta Christian Abbiati militano nella serie cadetta. Dovrebbero essere un avversario abbordabile visto che il Milan in pratica schiera la titolare eccezion fatta per Kluivert e Weah.

Dopo 18 minuti però i biancorossi vanno sorprendentemente in vantaggio con Pietranera, non proprio l’inizio che speravo dopo tanta attesa. Tempo altri 5 minuti con passo veloce e felpato, Ba con la maglia numero 13 si auto lancia in avanti da centrocampo, saltando la difesa che si alzava per il fuorigioco. Abbiati sembra in vantaggio, ma con un’accelerazione degna del miglior Mbappe, Ibou lo scarta e infila il gol del pareggio. Golazo! Pensai subito, devo comprare la nuova maglia con il suo nome stampato: cosa che feci prontamente il giorno successivo.

Gol Ibrahim Ba

I gol di Boban e del giovane Pelatti sancirono la vittoria in un sofferto 3-2 per i nostri colori.

Ibrahim Ba fu il miglior in campo di quel Monza-Milan, tanto da venir descritto dal Presidente Berlusconi: “Frizzante come un vino francese, direi un Beaujolais Nouveau”. Ibou diventò subito idolo non solo mio ma di tutti i tifosi, che lo ribattezzarono la “Pantera Gialla”, con tanto di coro

 “Lui ha il capello biondo e la maglia rossonera, il passo da pantera si chiama Ibrahim Ba”. 

La sua prima annata coi colori rossoneri alla grande. Poi si spense man mano come tutto il resto della squadra, che purtroppo deluse anche in quella stagione. 

Da quelle annate però negative, il Milan mise le basi per i successi degli anni successivi. Perché tante volte dai momenti più difficili si tirano fuori le cose migliori.

Cosa che può fare ancora la squadra in questo finale di stagione, dopo un mese e mezzo duro da digerire. I nostri ragazzi possono ancora regalarci e regalarsi enormi soddisfazioni e se anche così non fosse gli staremo vicini e ameremo lo stesso il nostro Milan. Così come mi insegnò il mio caro Papà.

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