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Hauge tra passato e ricordi: il rapporto con Pioli, l’addio al Milan e il siparietto con Ibrahimovic

In vista della sfida di questa sera contro la Lazio, Jean Hauge ha rilasciato un’intervista alla Gazzetta dello Sport, tornando a parlare del suo passato in rossonero. Durante la sua esperienza al Milan, il norvegese si contendeva un posto con Rafael Leao, che all’epoca non aveva ancora mostrato tutto il suo potenziale.

Quella “competizione” ha visto emergere il talento del portoghese, divenuto negli anni successivi una pedina fondamentale per il Milan. Nonostante ciò, Hauge ha raccontato come il periodo vissuto a Milano abbia segnato profondamente la sua carriera e la sua vita: “La notte che mi ha cambiato la vita? 25 settembre 2020, Milan-Bodo 3-2, nel turno preliminare di Europa League. Io, un ragazzo di Bodo, mi ritrovai a giocare a San Siro, e stavo da Dio. Qualche giorno prima avevo giocato una delle partite migliori di sempre contro il Brann. Avevo fiducia in me stesso, correvo più degli altri e chiusi con un goal e un assist”.

Sul trasferimento al Milan e i no agli altri club: “Il Milan mi seguiva già. Moncada aveva visto dei video, il mio agente mi disse qualcosa a riguardo. Ricordo la notte in albergo: non riuscivo a dormire, così presi una Coca Cola zero e riguardai la partita. Si giocava a porte chiuse, era diverso, ma avevo i brividi. Qualche giorno dopo scesi in campo per l’ultima volta col Bodo e poi volai a Milano.

C’erano tanti club interessati a me. Inglesi e italiani. Sia prima della partita, sia dopo. Avevo trovato un accordo col Cercle Bruges, ma rimandavano di continuo e dissi di no. Un altro club mi inviò i biglietti dell’aereo, era tutto fatto, ma rifiutai per il Milan. Per me era l’unica opzione possibile, anche perché mi scrissero diversi giocatori rossoneri”.

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Il ruolo di Calabria e il rapporto con Ibrahimovic

: “Davide Calabria mi convinse a trasferirmi a Milano. Mi disse che vestire la maglia del Diavolo sarebbe stato un onore. ‘Ti aspettiamo, quando vieni?’. Non ho mai pensato di rifiutare, e alla fine sono andato. Il rapporto con Ibra? Una sorta di, ‘wow’. Incredibile. Mi faceva da traduttore. Mi colpì la sua personalità: ricordo una punizione contro il Sassuolo, mi avvicinai piano piano e chiesi di tirare. Lui mi disse una cosa del tipo, ‘se me lo chiedi ancora una volta ti do un calcio nel sedere’. Sono rimasto molto legato ai rossoneri: li seguo, mi dispiace stiano andando male”.

Sul rapporto con Pioli: “Parliamo di un allenatore fantastico, chiaro e diretto. Quando il Milan ha vinto lo scudetto gli inviai un messaggio di congratulazioni. All’inizio fu difficile perché comunicava con me attraverso un traduttore: io non conoscevo l’italiano, lui parlava poco l’inglese. Quando non giocavo mi chiedevo sempre come mai, quindi andai a Francoforte. Non volevo passare un’altra stagione in panchina, anche perché all’inizio avevo segnato alcuni gol importanti e avuto parecchie chance. Successivamente, no. Ero un po’ frustrato, ma non ce l’ho con Pioli, anzi, sono scelte che fanno parte della vita”.

Sull’addio: Sarei rimasto a lungo ma non ho rimpianti. Andare in Germania fu un’ottima scelta per migliorarsi. Il Milan è un top club, ma volevo giocare, così pensai a me stesso. La carriera è una. Sono felice di aver rappresentato i rossoneri. Mi hanno reso l’uomo che sono oggi”.

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