La gioia di un gol segnato è momentanea. Ma i valori che un uomo di sport può trasmettere rimangono, per sempre. Nella splendida intervista realizzata dai colleghi Aldo Cazzullo e Carlos Passerini per il Corriere della Sera, Luka Modric si è aperto come non mai. Dall’infanzia vissuta in un contesto familiare umile, al sanguinoso conflitto nei Balcani, fino alla perdita dell’omonimo nonno Luka. Di seguito riportati alcuni passaggi.
Sul contesto familiare
«Non è stata una storia facile, ma i miei genitori Stipe e Radojka mi hanno dato valori importanti: rispettare tutti, restare umile. Papà operaio, mamma sarta. L’umiltà aiuta, in campo come nella vita. Anche mio zio Zeljko è stato fondamentale per me. Lui e papà sono gemelli omozigoti, sono cresciuti in simbiosi, si sentono dieci volte al giorno, e siccome lo zio non ha figli abbiamo un legame speciale».
La perdita del nonno
«Porto il suo nome con orgoglio. Da piccolo non sono andato all’asilo, piangevo sempre, così mi hanno portato nella sua “casa alta”, ai piedi del monte Velebit, in Dalmazia. Era la casa dei cantonieri: il nonno aveva la manutenzione della strada. Distava una mezz’ora a piedi dalla “casa bassa” dove abitavano i miei genitori. Il nonno mi ha insegnato a spalare la neve, ad accatastare il fieno, a portare il gregge al pascolo. Sono cresciuto con gli animali, mi divertivo a tirare la coda alle caprette, credo di aver imparato a giocare a calcio lì, fra le pecore e le pietre. Fu assassinato dai cetnici serbi, ma non amo parlare di questo. State riaprendo una ferita terribile».
LEGGI ANCHE – Galliani incontra Maldini ed esalta Allegri: “Vi svelo cos’ha di speciale Max”

Un passaggio particolarmente toccante per il 14 rossonero, che come scrivono i colleghi resta un attimo in silenzio e riprende a raccontare.
«Era il dicembre del 1991, avevo sei anni. Una sera il nonno non tornò a casa. Andarono a cercarlo. Gli avevano sparato in un prato ai margini della strada. Aveva sessantasei anni. Non aveva fatto nulla di male a nessuno. Ricordo il funerale. Papà che mi porta davanti alla bara e mi dice: “Figlio mio, da’ un bacio al nonno”. Ancora oggi mi chiedo: come si fa a uccidere un uomo buono, un uomo giusto? Perché? Era la guerra. Mio padre partì volontario. Noi dovemmo lasciare tutto, da un giorno all’altro. Amici, affetti, cose. Ci rifugiammo prima a Makarska, nel campo profughi dell’orfanotrofio. Poi a Zara».
L’inizio di una nuova vita
«All’Hotel Kolovare ci diedero una stanza al piano terra: papà, quando c’era, mamma, mia sorella Jasmina e io dormivamo in un unico letto. Fuori, nel parcheggio dell’albergo, giocavamo a pallone da mattina a sera. Io correvo con la tuta del Milan, sognando di diventare un giorno calciatore. Anche le scarpette erano di una marca italiana Le guerre di oggi? Una follia. Non capivo quella di allora, non capisco quelle di oggi. La vita è meravigliosa. La guerra rovina tutto, senza ragione».
Il sogno di Luka
«Che fine ha fatto la “casa alta”? Fu incendiata dopo l’assassinio del nonno. Il terreno attorno è stato sminato, anche se ci sono ancora i cartelli di pericolo. Oggi è di proprietà dello Stato. Tutta in rovina, piena di erbacce. Pensano di farci un museo. Ma non vorrei che fossero altri a decidere. La vorrei comprare. Per il nonno e anche per me. Quel rudere è un pezzo della mia vita».
Seguici anche sui nostri profili Instagram, Facebook, Tik Tok,YouTube e X
