INTERVISTE PRIMA PAGINA

Capello senza freni: dal retroscena su Rivera al calcio dei sauditi

Capello

 Intervistato dal Corriere della Sera, Fabio Capello, ex allenatore del Milan, ha parlato del suo amore per il calcio e di come sia cambiato questo sport nel tempo. Ecco le sue parole:

“Il numero dieci era qualcuno che aveva qualcosa in più. Per visione di gioco, per doti tecniche, ma soprattutto per carisma. Si era numeri dieci sia in campo che nello spogliatoio. Qualcosa in più, non saprei come altro definirlo. Io reputo di essere stato un dieci regista. Quando arrivai al Milan, dove c’era un grande dieci, Gianni Rivera, io presi, come era giusto, la maglia numero otto. Rivera era uno di quelli che sapeva far tutto, che negli ultimi trenta metri inventava. Io ho tratto ispirazione da Luis Suarez, il regista dell’Inter. Quando giocavo nella Spal, se potevo, lo andavo a vedere per carpirne i segreti, per copiare la sua visione del gioco, la sua capacità di leggere i movimenti dei compagni e depositare il pallone sui loro piedi nel momento giusto, nel modo giusto. Il mio dieci è un regista, parola che indica chi mette ordine, chi fornisce un senso alle cose che altrimenti sembrano frammenti”.

LEGGI QUI – ESCLUSIVA – Avv. Raimondo: “Il Milan diventato Media Company? Genererà ricavi d’intrattenimento, ma non solo…”

Sul numero dieci più forte da lui allenato: “Albertini lo scelsi e lui era molto bravo a dare ordine ma non so dire se fosse un numero dieci come era Suarez. Uno che ha queste caratteristiche oggi è certamente Modric, lui è sempre dove deve stare, ha un senso della posizione e una intelligenza calcistica rare. È un giocatore da “un tocco in meno”. Ci sono centrocampisti pur bravi che indugiano in quel tocco in più che consente agli avversari di chiudere gli spazi. Invece quelli che vedono tutto il campo e prevedono le dinamiche del gioco ancor prima di ricevere il pallone, possono permettersi il “tocco in meno” che mette in difficoltà l’avversario. Sono doti naturali, talento puro”.

Poi Capello ha parlato di Rivera: “Gianni sapeva superare l’uno come pochi. Ce ne fossero, oggi. Ormai di dribbling se ne vedono davvero pochi. In quel caso il “tocco in più” era utile e aggiungeva. Serviva a saltare, non a rallentare. Ho smesso di giocare perché avevo le ginocchia maciullate, arrivai alla decisione di smettere per questo. Per fortuna, grazie a Gianni Rivera, passai subito a fare una cosa che mi piaceva molto: insegnare calcio ai ragazzi, quelli del Milan. Per questo non ho lasciato quel campo, quell’erba dove ho passato tanta parte della mia vita“.

Infine, Capello ha parlato del calcio in mano agli arabi: “Mah, è un’alluvione che sta ribaltando tutto, sotto tutti gli aspetti. Bisogna trovare degli argini, non so quali. Certo, finché mettono in gioco quelle disponibilità finanziarie, per i giocatori è difficile dire di no. Non bisogna fare retorica. Il problema del calciatore è che dietro l’angolo c’è l’infortunio che all’improvviso ti può accorciare la carriera o farla finire. E poi è un lavoro che ha un ciclo, finisce quando hai 35 anni. Quindi è comprensibile che i giocatori cerchino di guadagnare il più possibile quando sono nel pieno delle loro capacità. Il problema ora è del calcio europeo, perché stanno andando via giocatori importanti”.

Segui la nostra pagina Facebook per non perderti nulla del mondo Milan!