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Chi ha “ucciso” San Siro? Storia di un triste buff finito male

San Siro sta per congedarsi dalla vita dei tifosi milanesi e non solo. Poteva continuare a vivere nel quotidiano passionale di tutti segnando quella continuità tra un passato glorioso e un futuro radioso tutto da scrivere. E invece no. L’ipocrita visione di una politica conservatrice ha giocato ad alzare muri e barriere. Una forma di speculazione edilizia ideologica che ha portato ha staccare la spina ad uno stadio che gronda storia da ogni bullone.

Però l’età anagrafica, rapportata alle esigenze del momento, è un fattore oggettivo verso il quale non si può essere sordi. Questa storia ha tutte le caratteristiche di un romanzo di giallo di John Grisham. Il protagonista che sfrutta l’immagine nascondendo adeguatamente l’essenza dei fatti. Una perfetta sceneggiatura retta da alibi e solleticanti frasi populiste. Però alla lunga i bluff restano tali e la verità vien fuori.

Il politico e scrittore americano nato a Jonesboro, in Arkansas, esperto in romanzi gialli e thriller, troverebbe terreno fertile per nuove sceneggiature. La vittima sarebbe insolita. Non una persona bensì un luogo che ha regalato e custodisce le gioie più belle di milioni di tifosi. Gli “assassini”? Beh la lista degli indagati sarebbe fornita.

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Ieri il Sindaco Sala, a margine di un evento alla Università IULM sul tema del nuovo stadio ha dichiarato: “San Siro non lo vuole nessuno”. Eh no caro Sindaco. San Siro è stato al centro dell’attenzione e focus progettuale dal primo momento dell’idea nuovo stadio. Certo, le condizioni non potevano non essere dissonanti alle esigenze di chi avrebbe investito una montagna di soldi per un progetto moderno e al passo con i tempi. Non sarebbe stata e non sarà la prima volta che fuori dal territorio italico si guarda al futuro mantenendo saldo un legame con la storia.

In fondo cosa si chiedeva. La coesistenza di storia e futuro. San Siro centro del passato, ripensato con funzioni diverse intorno al quale far sorgere una nuova struttura riqualificando e modernizzando tutta l’area circostante.

“Ho sempre detto che il nuovo stadio se fatto nelle immediate vicinanze di San Siro non poteva permettere la coesistenza del Meazza. Sarebbe stato un disastro perché avremmo portato 200 giorni di eventi ai cittadini”. Questa la nuova versione del primo cittadino di Milano. Quindi vivere il nuovo accanto al luogo della memoria e farlo quasi tutto l’anno portando eventi, turisti, vitalità, espressioni di vario genere, sarebbe un problema.

Meglio vivere nella routine dello scialbo “una tantum” che non rischia di minare lo status quo al quale tutti ci aggrappiamo per sopravvivere. Praticamente un bluff. Immagino che il Milan, con sguardo verso un futuro del quale avrebbe potuto beneficiare un’intera comunità, abbia risposto un po’ come Paul Newman, al secolo Henry Gondorff ne “La Stangata”: “È inutile essere un artista se devi vivere come un impiegato”.

Dedicarsi al solletichio popolare magari ascoltando le possibili conseguenze di un dissenso è il primo vero e proprio colpo inferto alla storia. Ciao San Siro compagno fedele di tante lacrime e gioie. Avremmo voluto continuare insieme con nuovi abiti continuando a darti il lustro che meriti. Ma la cecità umana che si nasconde dietro diverse teorie, è sempre stata il primo passo verso l’oblio.

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