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Civil War, versione Milan: alla fine, per ora, ha vinto il #Nopetegui

Lopetegui

Qualche ora fa sono uscito dalla sala dopo due ore di Civil War, l’ultimo film di Alex Garland, al cinema dal 18 aprile. L’obiettivo non è quello di farvi venire voglia di andarlo a vedere, tantomeno quello di recensirlo. Oggettivamente parlando, però, una gran bella esperienza, soprattutto dal punto di vista visivo e dell’intrattenimento. Il regista di Annientamento e di Ex Machina catapulta lo spettatore in una realtà frenetica, cruda e senza scrupoli. Il titolo, d’altronde, ha un significato lapalissiano. La guerra civile raccontata nell’opera di Garland non ha motivazioni apparenti, sembra essere scaturita dal nulla. Quello che interessa è la violenza stessa, così come la sua escalation verso il basso, fino agli inferi dell’orrore.

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Se siete confusi capisco. Perché parlo di un film che tratta di un tema così? In fin dei conti, con le dovute e necessarie misure, senza alcun tipo di fraintendimento, quella messa in atto dal tifo rossonero potrebbe tranquillamente assumerne i connotati. Una vera e propria rivolta social, un colpo di stato con cui sono state fatte vacillare e traballare le fondamenta di una società come il Milan. L’evento scatenante? Lo sapete benissimo. Il possibile arrivo sulla panchina del Diavolo di Julen Lopetegui, presto diventato #Nopetegui. Un vero e proprio caso, scoppiato nel giro di pochi giorni, partito da lontano, quando è parso evidente che la storia d’amore tra il Milan e Pioli stava giungendo al termine.

Rancore e rabbia che sono montati, crescendo di soppiatto ormai da un anno ed esplodendo definitivamente a cavallo tra l’eliminazione dall’Europa League e la sconfitta nel derby stellato contro l’Inter. Fuori Pioli, dentro qualcun altro. Qualcuno, però, con determinate caratteristiche e requisiti specifici. Uno su tutti, Antonio Conte, la figura ingombrante invocata a gran voce da quasi tutta la piazza rossonera. Subito dietro, De Zerbi e Thiago Motta. Fine dei giochi. Tutto quello che è accaduto nelle ultime due settimane, tuttavia, ha dato rievocato la Presa della Bastiglia in salsa milanese. Fonseca, Van Bommel e Lopetegui sono diventati i principali indiziati a lavorare a Milanello, assumendo le sembianze dei tre villain della storia.

La guerra civile rossonera è iniziata così, avendo un impatto talmente forte da costringere il Milan a fare un passo indietro, almeno momentaneamente. Uno scacco matto che, rimanendo in ambito cinematografico, ha portato a uno stallo alla messicana, in cui tutte le parti sono ferme e aspettano la mossa dell’altro, puntandosi le armi senza usarle. Forse, vedersi sommergere dalle immagini della festa nerazzurra ha suscitato in tutti un senso di rivalsa sportiva dal valore enorme. Quelle strade di Milano che si sono colorate di nerazzurro, tra un anno, dovranno cambiare tinta. Serve uno sforzo titanico. Soprattutto, però, serve progettare sin da subito. Alla fine della stagione manca meno di un mese, quattro settimane in cui il tempo dovrà essere amico della dirigenza, portandola a scegliere la prossima guida tecnica, con pace o meno dei tifosi. Non c’è altra scelta.

L’opera di Garland, riavvolgendo il filo del discorso, si conclude come si concludono tutte, con la capitolazione di una delle parti, tendenzialmente quella che detiene il potere. Qui, la speranza, è che non ci sia alcuna parte predominante e che l’unico vincitore sia, come dovrebbe essere sempre, il Milan.

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