In un’intervista concessa al Corriere della Sera, Andrea Conti, ex difensore di Milan e Atalanta ripercorre la sua carriera e il difficile calvario fisico che lo ha costretto ad un ritiro precoce. Parlando dello spogliatoio rossonero, Andrea Conti descrive la forte personalità di Ibrahimović, capace di incutere timore e alzare l’asticella in campo, ma capace di mostrarsi ironico e spiritoso nel privato. L’intervista poi si è spostata su quello che è stato il suo periodo più buio: i gravi problemi fisici.
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Le dichiarazioni di Andrea Conti
A livello fisico, oggi come sta Andrea Conti?:
“Bene, sono sereno. Ho raggiunto un equilibrio. Pensavo che il calcio mi sarebbe mancato di più”.
Ha chiuso definitivamente con il calcio?:
“In realtà no. Ho fatto il corso allenatori a Coverciano, ora seguo qualche squadra in una società bergamasca”.
Tutto è partito con l’Atalanta di Gasperini:
“Il miglior allenatore mai avuto. Ricordo la preparazione estiva con lui: ci aveva massacrato. Oppure quando il giorno prima di un Inter-Atalanta ci aveva fatto fare forza in palestra. Eravamo increduli. In campo, però, volavi”.
Il Milan è arrivato dopo un anno di permanenza con l’Atalanta:
“Mi volevano i rossoneri e il Chelsea. Appena atterrato a Ibiza per le vacanze, la chiamata del mio procuratore: “Devi venire a Milano per le visite mediche”.
In pochi giorni l’esordio con il Milan e con la Nazionale, un bell’epilogo:
«E invece è andata in modo diverso. Con l’Italia mi sono fatto male alla caviglia. Quando sono tornato, Montella mi ha chiesto di giocare comunque perché aveva bisogno di me. Dopo 10 minuti di allenamento, cado a terra”.
L’infortunio al crociato:
“Una mazzata. Ho capito subito che si trattasse di qualcosa di grave. Uno sconforto totale. Ero al primo anno al Milan, avevo appena conquistato la Nazionale. Le prime soddisfazioni dopo tanti sacrifici. E in quei momenti i pensieri sono infiniti. Quando e come sarei tornato, se la caviglia avesse causato l’infortunio, la responsabilità nei confronti di club e tifosi. Anche se il peggio doveva ancora arrivare”.
Come l’ha scoperto?:
“Mesi dopo, quando mi sono rotto per la seconda volta il crociato. Qualche sospetto già l’avevo: il dolore che mi era durato per giorni dopo l’operazione, il poco feeling con il mio corpo durante il recupero. Dopo sei mesi sono tornato in campo. Una sovrapposizione durante un allenamento e la gamba mi è ceduta. Un’altra volta. E sapete cosa mi ha detto Gattuso subito dopo? “Andrea, immaginavo che sarebbe successo. Ogni volta che ti vedevo correre, mi voltavo. Avevo la sensazione che potesse risuccedere da un momento all’altro. Mi è stato molto vicino in quei mesi”.
Dal ritorno in campo, ai tanti alti e bassi nel Milan di Giampaolo:
“Con Giampaolo non giocavo, non ero il suo terzino ideale. Non vedeva neanche Theo… Anche se quando è stato esonerato, mi aveva detto che ero il giocatore che più era migliorato con lui. Con Pioli ho fatto tutto il finale di stagione da titolare. Mi sentivo bene, finalmente. Alla penultima giornata, un problema al menisco. In estate mi sono operato. Una volta iniziato il nuovo campionato, solo panchine”.
Dopo un’esperienza a Parma, è tornato in rossonero nell’anno dello scudetto, com’è stato?:
“Si respirava un’atmosfera diversa. Il mister era stato bravo a creare un grande gruppo. La presenza di Maldini era fondamentale. E l’arrivo di Ibrahimovic qualche mese prima è stato decisivo. Con lui eri costretto ad alzare il livello. Mi è capitato di vedere ragazzi della Primavera piangere quando erano aggregati con la prima squadra per certi suoi comportamenti. Fuori dal campo, invece, cambiava: scherzoso e simpatico”.
Ha qualche rimpianto?
“No, ho fatto pace con me stesso. Certo, ogni tanto penso ancora a quell’operazione. Oggi, però, sono sereno. Alla fine ho realizzato il sogno del piccolo Andrea: diventare un calciatore”.
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