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È difficile aiutare un malato che non vuole curarsi

Il Milan si è spento. Si è perso il battito. E mentre continuano i processi tra tifosi alla ricerca di una possibile soluzione, bisognerebbe prima chiedersi: si può aiutare un malato che non vuole curarsi?

Siete così convinti che questa squadra – in tutte le sue componenti, ma proprio tutte – si stia davvero impegnando per uscire da questo abisso in cui continua a sprofondare giorno dopo giorno? Perché parliamoci chiaro, chiunque conosce il reale valore di questo Milan, e non è di certo quello di una squadra che si consegna in quel modo alla Lazio e che prende cinque gol in casa dal Sassuolo. Neanche della peggiore delle ipotesi.

Non voglio farne un discorso tattico (non ci sarebbe nulla da salvare), né voglio soffermarmi sullo stato fisico dei giocatori. Perché quello che è evidente – e dopo la partita di domenica non ci sono più dubbi – è che il Milan, questo Milan, è proprio quel paziente malato che non vuole curarsi.

Non ci sta provando neanche, si vede: le teste basse, le corse in meno, le camminate in campo. La mancanza di voglia di reagire a quello che gli succede intorno. Il trionfo dell’apatia in una squadra divisa tra chi, per qualche strana ragione, ha deciso di smettere di seguire il gruppo, e chi vorrebbe pur fare qualcosa, ma è stanco di lottare anche al posto degli altri.

Eppure chiunque aveva la sensazione che quel gol di Giroud, quello annullato, potesse segnare una svolta. Quel lampo positivo di cui parlava Pioli in conferenza, che invece si è rivelato essere soltanto un abbaglio. Dieci minuti dopo il Sassuolo segna e il Milan, ancora una volta, si scioglie come neve al sole. Si spegne.

Se si tratta di problemi risolvibili sarà soltanto il tempo a dirlo. Non ci è dato sapere quello che succede nello spogliatoio: da “giudici” esterni possiamo soltanto limitarci ad osservare il campo. E il campo, ad oggi, non lascia presagire nulla di buono. Il Milan si è spento, e l’unico modo per riaccendere la luce è che tutte le parti di questo corpo tornino a collaborare, ad aiutarsi.

«Una volta, le membra dell’uomo, constatando che lo stomaco se ne stava ozioso ad attendere cibo, ruppero con lui gli accordi e cospirarono tra loro, decidendo che le mani non portassero cibo alla bocca. Ma mentre intendevano domare lo stomaco, a indebolirsi furono anche loro stesse, e il corpo intero giunse a deperimento estremo. Di qui apparve che l’ufficio dello stomaco non è quello di un pigro, ma che, una volta accolti, distribuisce i cibi per tutte le membra. E quindi tornarono in amicizia con lui» (Apologo di Menenio Agrippa, 494 a.C.)