Storia di un legame che va oltre il calcio
“Non è brasiliano però, che gol che fa. Il fenomeno lascialo la, qui c’è Sheva”. Così ha sempre cantato la Curva Sud dal suo sfortunato debutto in Supercoppa Italiana il 21 agosto 1999 al 16 maggio 2006 al Friuli di Udine per omaggiare un campione assoluto. Andrij Shevchenko ha indossato la maglia del Milan in ben 322 occasioni segnando 175 gol e fornendo 45 assist. Secondo nella storia di questo club per reti realizzate dopo Gunnar Nordahl autore di 221gol.
Il fenomeno ucraino, il vento dell’est, è uno dei tanti capitoli che ha arricchito il meraviglioso racconto della storia calcistica di Silvio Berlusconi. Sensibile al bello, raffinato esteta, ricercatore e scopritore di talenti, il Presidente ha fatto della sua vita al Milan e per il Milan una vera e propria galleria d’arte.
Da Sacchi a Capello, da Savicevic al trio olandese, da Papin a Weah, Shevchenko era ed è per la storia del Milan un Salvator Mundi dal valore inestimabile. Il grande uomo lo si capisce dalle persone con le quali sceglie di farsi accompagnare nel corso della sua geniale esistenza creativa. Il pensiero ricadrebbe facilmente su Adriano Galliani e invece no.
Di nome fa Italo, di cognome Galbiati. Gran parte della sua vita trascorsa nel Milan come allenatore delle giovanili, vice di Fabio Capello e osservatore. E proprio da questa sua incredibile risorsa di una professionalità che abbracciava più settori che il 5 novembre del 1997 compose questa “meravigliosa poesia”:
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“Giocatore fortissimo fisicamente. Veloce e rapido nel dribbling. È in possesso di fantasia. Calcia bene con entrambi i piedi. Fa gol, forte nel gioco di testa. Gioca su tutto il fronte d’attacco. Sa chiamare la profondità come pochi giocatori. Considerando la sua giovane età sono rimasto impressionato per la sua facilità di gioco. È un giocatore emergente”. E poi la conclusione che è semplicemente un’ode ai sensi: “Superfluo aggiungere altro: È DA MILAN!”
Furono versati nelle casse della Dinamo Kiev 25 milioni di dollari (circa 41 miliardi delle vecchie lire) per anticipare l’agguerritissima concorrenza delle big europee e aggiungere l’ennesima perla alla collezione. Il suo arrivo non destò grande curiosità. Infatti il 15 giugno 1999, Shevchenko sbarca a Malpensa accolto da pochi giornalisti e qualche curioso. Al suo fianco Ariedo Braida e un interprete.
Nel deserto di quella mattina iniziò a germogliare una pianta profumata e rigogliosa. Un meraviglia da ammirare e della quale innamorarsi. Una bella storia che intreccia le vite due persone diverse, di età e cultura differente, accumunati da una strana coincidenza. Il Presidente e il nuovo numero 7 del Milan sono nati entrambi il 29 settembre. La basi per un legame indissolubile c’erano tutte.
C’è riconoscenza nel calcio?
“Non avevo ancora incontrato Berlusconi. Mi avevano detto che era molto ricco. Ma questo lo sapevano tutti. Che fosse un uomo di cuore lo stavo per scoprire”. Così Andrij Shevchenko su Berlusconi nella sua autobiografia.
I gravi problemi di cuore del papà. I medici di Kyev non danno nessuna speranza di vita. La disperazione di una ragazzo che moriva all’idea di immaginarsi orfano di una colonna imprescindibile come papà Mykola.
Il Presidente Berlusconi gioca un ruolo fondamentale. Il viaggio da Kyev a Pavia nelle mani del Professor Viganò, cardiochirurgo del Policlinico San Matteo di Pavia e un trapianto che ridonò una nuova vita: “Sarò sempre grato a Pavia, al Policlinico San Matteo e soprattutto al professor Viganò: è grazie al trapianto effettuato dalla sua équipe che mio padre è ancora vivo. Gli avete regalato altri 15 anni di vita”.
La riconoscenza, quella vera, va oltre le parole. Il fuoriclasse ucraino ha espresso sul campo il suo eterno grazie ad un Presidente che da padre, ha ridonato la vita ad un altro padre per regale un sorriso ad un figlio che in fondo ha sempre sentito come suo. Tra Berlusconi e Sheva un legame che si tramanda e si consacra come familiare con la scelta del Presidente come padrino del piccolo Jordan.
E poi il campo. Quel rettangolo di gioco che da sempre è stata la tela sulla quale hanno dipinto capolavori, uno con la maglia numero 7 e l’altro sul ponte di comando di un club ormai diventato tra i più titolati al mondo. Uno scudetto, una Coppa Italia, una Supercoppa Italiana, una Supercoppa Europea e un Champions League come un “grazie” dilazionato nel tempo ad eterna memoria.
In fondo quel 28 maggio 2003, all’Old Trafford di Manchester, prima di calciare l’ultimo e decisivo rigore, è bello pensare che quegli occhi e quello sguardo non fossero rivolti all’arbitro tedesco Merk bensì a Silvio Berlusconi.
Due sguardi che si incrociano, una vita che scorre davanti, un piccolo cenno d’assenso col capo e… pallone in rete. E tra le urla di un popolo festante, la corsa ad abbracciarsi per urlare insieme: “Siamo Campioni Presidente, Campioni per sempre”.
Grazie Presidente!

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