Il Pallone d’Oro brasiliano Ronaldinho confessa a MARCA il suo distacco dal calcio giocato: “90 minuti sono troppi, guardo solo gli highlights”. Un grido d’allarme o la semplice verità di un genio annoiato?
C’è qualcosa di profondamente malinconico, eppure terribilmente onesto, nell’ultima confessione di Ronaldo de Assis Moreira, per tutti Ronaldinho. L’uomo che ha trasformato il rettangolo verde in un palcoscenico di danza, il calciatore che ha costretto il Santiago Bernabéu a tributargli una standing ovation da avversario, ha ammesso di non riuscire più a guardare una partita intera.
“90 minuti sono troppi”, ha dichiarato a MARCA. Una frase che suona come una bestemmia per i puristi, ma che nasconde le crepe di un calcio moderno sempre più distante dalla sua natura ludica.
La frustrazione del talento
Il passaggio più crudo dell’intervista non riguarda la noia, ma la rabbia. Ronaldinho confessa di innervosirsi davanti agli errori altrui: “Come ha potuto quel tizio non riuscirci?”.
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È la maledizione dei prescelti. Per chi vedeva corridoi di passaggio dove altri vedevano foreste di gambe, l’errore tecnico del calciatore contemporaneo — spesso un atleta impeccabile ma un interprete scolastico — è inaccettabile. Se per noi un passaggio sbagliato è un dato statistico, per Dinho è una ferita all’estetica del gioco.
Il calcio di oggi, fatto di tatticismi esasperati, pressing alto e recuperi palla ossessivi, sembra aver espulso quella componente di “gioia improvvisata” che era il marchio di fabbrica di del Pallone d’Oro Ronaldinho. Se il gioco diventa un algoritmo, il genio preferisce cambiare canale.
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