Il dramma Supercoppa italiana è da dimenticare in fretta. Dimenticare non nel senso di cancellare. Il Milan ha giustamente perso una partita interpretata male e giocata peggio. Un approccio imbarazzante: un derby, in finale, non può essere approcciato in quel modo. Prendere due gol dall’Inter in venti minuti significa perdere. Stop. Con il Lecce l’hai ripresa perché nettamente più forte. Contro i nerazzurri rischi l’imbarcata: proprio perché l’atteggiamento visto al Via del Mare è sembrato simile a quello assunto contro l’Inter.
Pioli ha parlato di momento difficile. Vero, il Milan sta faticando e non poco. A livello mentale soprattutto ancor più che a livello fisico. Se non va la testa, non andranno nemmeno le gambe. Una semplice legge del mondo del calcio. Prestazione del genere devono far riflettere: al di là degli errori individuali come quelli di Tomori, apparso in assoluta difficoltà mercoledì scorso. Il problema non possono essere solo gli errori del singolo: questo Milan ha perso lo spirito battagliero di qualche mese fa. Questa squadra non può non andare al massimo. Sempre e continuamente. Il Milan è giovane, ha dei limiti ma anche dei grandi pregi. Non è possibile gettare al vento tutto per qualche risultato di fila.
La realtà è che questo Milan ha dato l’anima e qualcosa in più per laurearsi campione d’Italia e, se abbassa leggermente la guardia, paga. Non siamo il Manchester City. Non solo per il gioco ma anche e soprattutto per la profondità – a livello qualitativo – della rosa. Theo e Giroud sono sulle gambe. Ed è comprensibile. Post Mondiale non hanno rifiatato e non possono farlo perché mancano i sostituti. Bennacer e Tonali corrono per undici e sono insostituibili. Maignan sta mancando come l’aria: manca la sua leadership. Un portiere capace di rendere migliori i difensori. E sta mancando, senza ombra di dubbio, la presenza di Ibra. Non solo in campo ma anche nello spogliatoio: serve lo svedese, all’intervallo o a fine match.
Detto questo, inutile fare drammi o piangere sul latte versato Dopo la batosta, serve rinascere. Sarà una settimana fondamentale. Lazio-Milan non è solo uno scontro diretto: è la strada per il futuro prossimo. Il ponte tra l’inferno e il paradiso. Ed è vero: il diavolo comanda l’inferno ma abbiamo imparato che anche un paradiso qualsiasi può diventare l’inferno più bello. Lazio-Milan è il la freccia da non sbagliare: serve una grande prestazione. Riazlarsi con i pugni e i denti.
Al diavolo, poi, sta mancando quella verve “operaia” che reso il Milan di Pioli un marchio di fabbrica. Il cuore oltre l’ostacolo, sempre. Delle volte questa sembra una squadra presuntuosa, che si sente arrivata. Non lo si può essere con un solo scudetto vinto e un’età media così bassa. Serve fame. Cattiveria, voglia di spaccare il mondo. Quello che i tifosi rossoneri si aspettano di vedere martedì contro la temibile Lazio di Maurizio Sarri. Sarà un match cruciale, non per la classifica in sé, quanto per il futuro rossonero. Le gare si possono vincere, pareggiare o perdere ma è il “come” si ottiene il risultato che cambia la storia.
A Roma non sarà semplice: i biancocelesti giocano bene, anche con l’assenza di Immobile, sono una squadra che palleggia, attende e sa quando pungere. Servirà il miglior Milan possibile. Ricordate la gara dell’Olimpico della passata stagione? Sandro Tonali al 92′. Una battaglia vinta meritatamente dal diavolo: con idee, forza, rabbia mentale. Le gare allo scadere non si vincono col “culo” – termine associato molto spesso al Milan e che piace tanto ai tifosi avversari – ma si vincono con la convinzione dei propri mezzi. Il gol allo scadere arriva perché l’hai fortemente cercato. Non per caso.
Questo ciclo che avrà inizio martedì dirà tantissimo: Lazio, Sassuolo e un nuovo derby per riaprire un capitolo che appare già scritto, a detta di molti. A detta dei più. Manca un intero girone di ritorno: un’eternità sulla carta. E quelle immagini del 22 maggio 2022 non possono e non devono essere solo un ricordo sbiadito. Devono vivere nell’anima di questa squadra. Devono alimentare la fiamma. Come la parole del grande traditore Calhanoglu, che ha già dimenticato quel giorno. Appendete gigantografie, cornici, quadri o capolavori: quel che conta è scendere in campo all’Olimpico con quella fame negli occhi. Con gli occhi delle tigri. Poi il tempo sancirà vincitori e vinti.
