Il recente scandalo arbitrale scoppiato in Italia ha fatto tornare nella mente dei tifosi rossoneri Leonardo Meani, addetto degli arbitri del Milan ai tempi di Calciopoli, e condannato dalla giustizia sportiva a due anni e sei mesi di inibizione proprio nell’inchiesta del 2006. Meani è stato intervistato dalla Gazzetta dello Sport, dove ha commentato le vicende del 2006 e del 2026.
Su come iniziò il suo coinvolgimento nello scandalo Calciopoli: “Il 7 maggio 2006 il mio nome apparve sulla Gazzetta. Eravamo a Salsomaggiore con la squadra, ricordo Pippo Inzaghi che a colazione mi chiama e, con il giornale in mano, scherza: ‘C’è qui il tuo nome, ora ti vengono a prendere‘. Restai per un mese e mezzo sotto scorta della Polizia, dopo una telefonata in cui avevano minacciato di bruciarmi il ristorante. Scappai all’Elba e anche lì, poliziotti a piantonare la casa. C’erano giornalisti ovunque, anche in incognito tra i clienti”.
Ripensando alla vicenda, Meani aggiunge: “Le intercettazioni, decontestualizzate, non si capiscono. Io scherzo spesso, come i miei amici sanno bene, e alcune frasi dette al telefono sono state prese in senso troppo letterale. E poi, chi non frequenta il calcio non è in grado di capire certe sfumature”.
Con chi è rimasto in contatto di quel Milan? Ecco la sua risposta: “Con nessuno, in realtà. Ho parlato con Galliani qualche volta, Ramaccioni è venuto lo scorso anno a pranzo. Non molto altro. Eppure, Kakà organizzò il suo pranzo di fidanzamento al mio ristorante e una sera Ancelotti e i giocatori rimasero fino alle 3 di notte a cantare e giocare con un pallone”.
Meani è stato il capro espiatorio per il Milan? “Mettiamola così, è stato come il gioco del cerino: alla fine, il cerino è rimasto in mano a me”.
Sul tornare nel mondo del calcio: “Non ci ho mai pensato, mai, davvero. Il calcio mi piace ma, quando hai vissuto il Milan in Champions, non puoi andare al Fanfulla. Con tutto il rispetto…”.
Sulla sua fede milanista: “Da Rivera, certo. Mio papà era un super tifoso granata, così tifoso che quando il Toro perdeva spegnava la televisione e nessuno poteva vedere la Domenica Sportiva. Mia mamma era un’interista brianzola ma io non ho mai avuto dubbi: Milan. Iniziai a dare una mano per l’accoglienza degli arbitri in un Milan-Bruges del 1990. Ricordo ancora chi era stato designato: Forstinger, austriaco. Poi diventai uno della squadra, stavo con i calciatori, in campionato andavo in panchina e in Europa guardavo dalla tribuna”.
Sul momento più emozionante vissuto con il Milan: “Impossibile scegliere, però l’anno dello scudetto di Zaccheroni è stato speciale. In quella stagione, arbitravo anche le partitelle in allenamento. La stagione girò definitivamente il 2 maggio, con il 3-2 alla Samp: tiro di Ganz al 95’ deviato in porta da una mano di Castellini. L’arbitro Braschi alla fine mi confessò: ‘Due minuti prima, sul tiro di Catè parato da Abbiati, avevo già il fischietto in bocca. Ero sicuro che avrebbe segnato’”.
Sulla possibilità di tradire il Milan: “Una volta ci andai vicino. Facchetti mi chiamò, mi voleva all’Inter. Andai a casa sua, siamo sempre stati vicini, lui di Treviglio e io di Lodi. Poi scoppiò Calciopoli”.
Sulla nuova inchiesta di questi giorni: “All’inizio mi ha colpito: non credevo sarebbe potuto succedere. Ora mi pare infinitamente meno grave che nel 2006, non c’è un sistema come quello della vecchia Juve”.
Sul quando Meani capì del potere della Juve: “Guardando un Fiorentina-Bologna. Ammonirono due giocatori e il telecronista disse: ‘Anche Tizio domenica salterà la sfida importante con la Juventus, era diffidato’. Andai a controllare: scoprii che succedeva spesso”.
Sul calcio di quel periodo, senza VAR: “Gli arbitri di oggi, all’epoca, sarebbero stati mangiati: serviva molta più personalità”.
Su che cosa cambierebbe nel sistema arbitrale di oggi: “Cambierei molte cose. Il presidente dell’Aia dovrebbe essere nominato dal Consiglio federale, non eletto dagli associati. Agli arbitri darei un fisso stagionale, non un gettone a partita che crea un meccanismo sbagliato: se un arbitro viene mandato sempre in campo, finisce per sentire un debito di riconoscenza. Al designatore, un buon rimborso spese, perché non può guadagnare 250mila euro all’anno: per me, sono troppi soldi. Oppure tornerei al sorteggio integrale, come negli anni Ottanta. Quanto ai guardalinee, presto spariranno, sostituiti da una telecamera che si muove su un binario e non sbaglia mai il fuorigioco”.
E sugli addetti agli arbitri: “Li abolirei, sostituiti da un delegato Figc che accompagna l’arbitro allo stadio. Sarebbe meglio per tutti”.
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