EDITORIALE PRIMA PAGINA

Milan gli slogan hanno le gambe corte. Dal “non caso” al “nonsense”

L’estate del Milan non è stata contrassegnata solo dal calciomercato o dalle appaganti e illusorie amichevoli americane. Il tifoso rossonero ha seguito con la giusta suspense la nuova saga estiva. La prima stagione della miniserie, rigorosamente prodotta e realizzata negli studios di Casa Milan, “Una settimana da Dio”. Chiaramente non si tratta del remake del film omonimo del 2003 interpretato da Jim Carrey, Morgan Freeman, Steve Carell e Jennifer Aniston.

Trattasi di una nuova produzione home made che ha visto Zlatan Ibrahimovic factotum nei panni di sceneggiatore, regista e attore protagonista. Che lui fosse calato in pieno nel personaggio con una sempre crescente disinvoltura nell’interpretazione del ruolo, è parso a tutti evidente. Che dietro quel comunicare a slogan ci potesse essere il rischio di una programmazione vacua o perlomeno un’idea progettuale non compatibile con il concetto di ambizione, era anch’essa una percezione abbastanza comune.

D’obbligo una premessa, a maggior ragione nelle difficoltà. Il beneficio del tempo e del lavoro va concesso a chi ha iniziato un nuovo percorso appena due mesi fa. E il riferimento è al neo tecnico portoghese Paulo Fonseca. Il timore è che dietro questi velati prodromi di una stagione complicata ci sia un problema molto più grande della guida tecnica. Uno è nella reale fiducia incondizionata all’allenatore, dai dirigenti ai calciatori. Tutti!

L’altro è il tanto sbandierato gruppo di lavoro capitanato dall’uomo meno aggregativo possibile (anteponeva l’IO al NOI in campo, figuriamoci in un ruolo che neanche voleva ricoprire salvo la famosa “offerta che non potevo rifiutare”… andiamo bene). In entrambi i casi il timore è che questi possano rappresentare le vere zavorre contro il sogno di tornare ai fasti di un tempo.

Pensare che la gestione di una squadra di calcio e la sua crescita possa essere solo ed esclusivamente conoscenza della qualità di un calciatore e il calciomercato, è il primo tratto distintivo di una competenza molto parziale. Maldini e Massara sono stati licenziati in tronco perché evidentemente utilizzavano un linguaggio incomprensibile a qualcuno oltre oceano. Parlavano di valori, senso di appartenenza. Percezioni ed elementi concreti frutto di un vissuto quotidiano nello spogliatoio. A Milanello parlavano con i calciatori, respiravano con loro, li ascoltavano, li consigliavano, li proteggevano. Giorno dopo giorno ponevano le basi per una vera identità di gruppo. Quella era una squadra che scendeva in campo e si sentiva più forte del suo valore reale. E portava a casa i risultati.

Dallo scorso anno, tante belle individualità che hanno provato ad ancorarsi all’unica roccia superstite di un Milan nato dalle macerie post Covid, Stefano Pioli. Lui purtroppo è stato per mesi appiglio viscoso visto la scelta dirigenziale e societaria di affidarsi a qualcosa di meglio per quest’anno.

Il Milan allestito per la stagione 2024/25 è di tutto rispetto. La rosa messa a disposizione di Fonseca, nei singoli, sarebbe di qualità ma pecca gravemente di adiacenza ad un progetto tattico efficace. Giocatori acquistati per indubbio valore ma dalla resa appena sufficiente perché non messi nelle condizioni di giocare nel proprio ruolo ideale o perlomeno impossibilitati all’esprimersi al meglio. Seguendo la cometa con la scritta gioco dominate e offensivo” , si è perso il contatto con la realtà.

La realtà è nel pensiero di ogni singolo protagonista, la sua identità, la sua adattabilità, le difficoltà, le paure davanti ad un progetto ottuso, sicuramente fascinoso, che forse è lontano dal materiale umano a disposizione. Ed è suicida perseguirlo aggiungendo calciatori che rispondono ad un feedback positivo di una banca dati. E poi ci stupiamo delle scene di Theo e Leao? Ci stupiamo della gestione Jovic e Bennacer?

Il “non caso” , per dirla alla Furlani in risposta alla questione cooling break, è in tutto quello che abbiamo vissuto in queste settimane. Il “non caso” è in un San Siro ancora semivuoto contro il Liverpool ad una settimana dal debutto in Champions. Senza dimenticare un lavoro, ad oggi peggiorativo rispetto al passato, da parte di un allenatore dal curriculum poco attrattivo e forse inadatto per determinati contesti.

Il “non caso” forse viene da molto lontano, figlio del nonsense che ha portato a nominare un AD con influenza nelle scelte tecnico/sportive come Giorgio Furlani che fino ad allora non aveva mai lavorato nel mondo del calcio. Il nonsense è affidare a chi ha sempre fatto nella vita l’osservatore il ruolo di DT (Moncada) e DS (D’Ottavio). E poi frontman di questo gruppo di lavoro un ex calciatore (Zlatan Ibrahimovic), concretizzazione del Superuomo di Nietzsche, imprenditore di professione che pone il Milan in agenda tra uno slogan e un post promozionale social e un impegno improrogabile e un altro.

Il tempo, nella suo manifestarsi a volte sgradevole, è il più attendibile e onesto degli interlocutori. Non so voi, ma io… “mi sono capito”.

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