Non parlarne è uno stigma ancora troppo grande. Debolezza, paura di non essere capiti, timore di essere giudicati male solo perché una figura con uno status come quello di un calciatore non può permettersi queste sciocchezze. Allora, tanto vale chiudersi a riccio, ingoiando e andando avanti, almeno provando a farlo, fingendo di stare bene e che il mondo sia un posto meraviglioso in cui niente può scalfirti. Specialmente se sei bello, famoso e ricco. Come lo era Mirko Saric.
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Non sempre è così. Anzi, non lo è mai. Se non lo avete capito, il tema è quello della salute mentale. I dolori, spesso, non sono solo fisici. Tutt’altro. La maggior parte dei limiti e delle paure che ci inghiottiscono partono dalla testa e da tutti gli stimoli che ne condizionano il benessere. Il ventunesimo secolo è quello del malessere. Per tanti motivi. Dobbiamo eccellere in tutto, correre dietro a questo o quell’impegno, essere veloci, perfetti, non mostrare segni di cedimento, essere al passo con i tempi. Fast Life, c’è chi la chiama così. Perché in inglese è più cool, benché non ci sia nulla di affascinante.
Non ci rendiamo conto che respirare è la cosa più importante. Fermarsi, pensare, riflettere, vivere il presente. Non è facile. Non lo sarà mai. La vita è una sfida continua, una corsa a ostacoli che non termina dopo 110 metri, ma perdura anni, fino alla fine. Mettere una mano sul petto, calmarsi, parlarne, cercare aiuto, però, è fondamentale. Lo sapeva anche Mirko Saric.
Magari non vi ricordate di lui. Forse sì. Saric è stato un fantastico talento argentino nato da genitori croati. Pensate i geni. Argentina e Croazia. Talento, determinazione, durezza, estro. Messi e Modric, Maradona e Boban. Il suo soprannome? La Joya, un apodo che viene dato solo a chi lo merita, a coloro che sono in grado di illuminare con i piedi, esattamente come Paulo Dybala.
Saric cresce nel San Lorenzo, idolo di casa e del quartiere di Boedo, Buenos Aires. 190 cm per 88 kg, una statua marmorea, perfetta per il calcio, apparentemente inscalfibile. Un centrocampista di classe cristallina, dotato di visione di gioco da fuoriclasse. Elegante e tecnico, il classico calciatore rioplatense che manda in estasi le folle, facendo gridare al miracolo. A 18 anni è già titolare inamovibile. Il futuro è suo, la nazionale avrà la sua nuova guida.
Il destino, però, non è d’accordo. Gli infortuni iniziano ad accumularsi, specie alle caviglie. Mirko recupera, ma si fa male di nuovo. La vita all’esterno del calcio non va meglio. Si innamora di una ragazza, una delle sue passioni più grandi, come tanti dei geni prestati al calcio, uno su tutti un certo George Best. Nasce un figlio, anche se i dubbi sulla sua effettiva paternità sono tanti. Decide di fare un test del DNA e scopre di non esserne quello biologico, nonostante lo ami come fosse suo. Una botta tremenda, in collaborazione con un fisico che non lo aiuta e che lo tiene lontano dal campo.
Si ammala. Sì, perché la depressione è una malattia. Decide anche di farsi seguire da uno specialista, nel disperato tentativo di non affondare nelle pericolosissime sabbie mobili della vita. Non ci riesce. Il 4 aprile del 2000, a soli 22 anni, si toglie la vita. Una storia che deve essere raccontata, tramandata, perfettamente incorniciata dal pezzo sublime scritto per il blog di Filippo Galli, La Complessità del Calcio, da Remo Gandolfi. MIRKO SARIC: STORIA DI TALENTO E DI MORTE, per quanto stoni, è un inno alla vita e alla sua celebrazione. Parlarne è l’unico modo per uscirne. Sempre.
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