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Dalla depressione post ritiro alla ferita del Mondiale nel 2006: parla Nesta

Alessandro Nesta torna a parlare. L’ex difensore rossonero ha rilasciato un’interessante intervista a “Cronache di Spogliatoio“, nel corso della quale ha ripercorso, tra le altre, alcuni dei momenti più difficili della sua brillante carriera. Dalle difficoltà attraversate nel momento in cui ha lasciato il calcio, all’infortunio recuperato ai Mondiali del 2006. Di seguito alcuni passaggi delle sue dichiarazioni, come riportate dai colleghi di goal.com.

Sul ritiro

«Quando ho smesso sono andato quasi in depressione. Era diventato all’improvviso tutto piatto. È un momento pericoloso nella vita degli sportivi. Uno dei momenti peggiori fu durante una vacanza a Santo Domingo: mia moglie mi portò lì per farmi riprendere, appena seppi che dovevamo starci una settimana… impazzii! Non riuscivo più a ricreare quel picco di adrenalina che avevo trovato giocando. Credo che quando entri in un San Siro con 80mila persone, sulle note dei Guns N’ Roses, per giocare in Champions… quella roba non la ritrovi più».

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Nesta

«In quel momento potevi comprarmi la macchina più bella del mondo o portarmi sulla Luna, ma non me ne fregava niente: io avevo vinto la Champions. Ero andato giù di testa. La mia famiglia è stata bravissima, l’ho risolta vivendo. Mia moglie è stata una santa. Per questo ho capito che dovevo allenare. Mia moglie me lo dice spesso: ‘Ma chi te lo fa fare? Stai sereno a Miami’. Sì, sembra strano, ma quell’adrenalina mi fa preferire preparare una partita di Serie B al prendere il sole a Miami. Mi fa sentire vivo. Ora ci sono 30 gradi, e invece io sono qui ad aspettare una panchina in B. Il calcio non lo puoi spiegare, è questo».

Sul Mondiale del 2006

«Il Mondiale 2006 non l’ho mai festeggiato, per me è una ferita. Mi sono fatto male in tre Mondiali sempre alla terza partita. E che ho giocato nel 2006… contro il Ghana e gli USA, massimo rispetto ma mi sono perso la Germania in Germania e la finale con la Francia! Sono tornato a casa e non ho voluto neanche la coppa, mi sono chiuso in camera mentre tutti volevano applaudirmi. Mi farei tagliare un dito pur di poterlo giocare tutto».

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