Correva il minuto 25 di Fiorentina – Milan e comodamente posizionato sul divano di casa mia, assistevo alla parata di Mike Maignan che ipnotizza Kean dagli undici metri. Accanto a me mia moglie esulta e stranita mi osserva mentre impassibile assisto all’accaduto. E come unico gesto mi concedo un sorso d’acqua.
Prendo il mio cellulare e sul gruppo whatsapp di amici calciofili e milanisti faccio la voce fuori dal coro e scrivo: “È solo mia la sensazione di assistere a un qualcosa di già visto e poco piacevole?”. Mi disinteresso alla lettura delle risposte solo perché qualche minuto dopo, l’ex rossonero Yacine Adli, non ha di meglio da fare che confermare la vecchia regola del calcio che vede una squadra pagare dazio e rimpiangere per un attimo un suo ex calciatore.
Un fallo laterale. Stop indisturbato prima di slalomeggiare tra i manichini raffiguranti i calciatori del Milan, per l’occasione di bianco vestiti, e gol sul palo opposto. Cosa vuoi che sia ribaltare uno svantaggio per questo Milan. Non importa se è ancora ferma sotto la Sud a festeggiare il gol di Gabbia. Però ha anche schiantato il Lecce in sette minuti e per mezz’ora ha schiacciato nella propria area i campioni di Germania in carica del Leverkusen in casa loro. Così hanno gongolato in molti per una settimana.
Un gioco da ragazzi per chi si lascia suggestionare dai bagliori di un’illusione che nel corso di una stagione possono anche essere parecchi ma arrecano danno. Sofocle nel 400 A.C. redarguiva l’essere umano perché considerato incapace di “non conoscere altra felicità se non quella che egli si va immaginando. E poi, finita l’illusione, ricade nel dolore di sempre”. Forse è il percorso a cui è stato condannato il tifoso del Milan. Guai ad essere critico con la propria squadra e con determinate scelte societarie. Questo incauto gesto, molto simile alla lesa maestà, ti potrebbe trasformare in un singolare Minotauro: metà uomo e metà… gufo.
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Eppure i numeri sono impietosi. Peggior avvio in stagione dopo sette partite in campionato e due di Champions. Nelle ultime cinque stagioni mai nessun Milan aveva racimolato la miseria di 11 punti in campionato e zero in Europa. L’aggravante è nel vedere una squadra priva di identità, gioco, fatto salvo il derby e qualche sporadico sprazzo random in questa prima parte di stagione. Ormai le “armi dialettiche di distrazione di massa” hanno indebolito sensibilmente la loro consistenza. Nessuno più crede alla favola della sfortuna, dei rigori sbagliati o non assegnati, dei pali e delle traverse. O ancora alla mezz’ora finale in Champions dimenticandosi dello scempio dei primi 57 minuti.
L’approccio alle partite passivo, statico e confusionario non è materia solo per la cronaca recente. Sarebbero da tenere a mente molto bene avvii come quelli contro Torino, Parma, Lecce, Leverkusen, Fiorentina. Cinque incontri su nove dove per vedere tracce di squadra si è aspettato un bel po’. Magari dopo qualche bel cazzotto preso in faccia. Arriverà il giorno dove assisteremo alla fine “dell’accanimento terapeutico” nei confronti di Leao o dell’operazione Kalulu – Emerson Royal come parziale giustificazione dei disastri.
Tutta polvere sotto il tappetto che difficilmente può contenere i cocci di un “progetto di carta” scritto e realizzato da figure mediatiche che professionalmente avrebbero dovuto fare altro. La qualità dei giocatori non è in discussione. Puoi acquistare tanti ottimi calciatori ma se sono assemblati male in un contesto progettuale di dubbio valore, partorirai sempre una squadra destinata alla sconfitta. E quindi, di cosa ci stupiamo? Questo Milan sembra tristemente degenerare a più livelli.
Sembra passata un’era geologica quando il lunedì post derby il web è stato congestionato da immagini di un gruppo rossonero che soffriva, si abbracciava ed esultava con Mister Fonseca. Il valore del gruppo e i frutti di un lavoro. Così si diceva. E prima e dopo questa immagine poetica abbiamo tristemente assistito al cooling break di Roma e alla raccapricciante e puerile scena dei calci di rigore di domenica. Figuraccia amplificata dallo stesso Fonseca che a reti unificate ha parlato di Pulisic rigorista e decisioni di campo da lui non condivise. Quasi a voler regalare a tutti la fotografia del suo gruppo e far arrivare diversamente certi messaggi di difficile ricezioni per molti.
Puoi sbagliare un approccio alla partita, una sostituzione, anche un rigore ma le gerarchie in uno spogliatoio sono sacre. Concetto ribadito nello spogliatoio di Firenze all’intervallo. Ma il destino ha voluto confermare con forza l‘anarchia di un gruppo che vistosi assegnare il secondo penalty ha scelto di calpestare l’autorevolezza del proprio allenatore.
Mentre Pulisic va verso la palla, Tomori salta con un terzo tempo perfetto. Anticipa tutti e consegna la palla all’amico Abraham che a sua volta non degna l’undici rossonero di nessuna spiegazione. Evidentemente il difensore rossonero ha dato tutto in quel salto tanto da esporsi ad una figuraccia clamorosa con un gesto goffo che difficilmente si vede anche nei campi dei campionati dilettanti. Performance imbarazzante che è costata il vantaggio viola.
L’inadeguatezza del tecnico portoghese trova la sua sublimazione in questi episodi. Il gruppo è privo di leadership, non riconosce una guida. Oltre a non capire cosa fare in campo. E lui guida, in questo momento, non è o forse non lo è mai stata. Il 424 si può tranquillamente archiviare come un piacevole bagliore illusorio ma ai fatti un abito inadatto e scomodo per una squadra pensata da un algoritmo. Si era detto che sarebbe stato l’anno della continuità progettuale. Qualche acquisto per consolidare un lavoro iniziato già l’anno scorso. Eppure Fonseca continua a parlare di discontinuità con il passato, gioco posizionale invece del “vecchio e desueto” 1 VS 1 e contropiede. Un nuovo calcio ancora lontano dal compiersi.
Forse Fonseca è l’ultimo dei responsabili di questa pochezza ma sicuramente la sua inadeguatezza per determinate ambizioni e club lo rende un perfetto acceleratore verso una stagione che ha tutto per delinearsi come deludente.
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