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Taarabt torna a parlare del suo addio al Milan: “Ecco perché non mi riscattarono”

Da potenziale fenomeno ad essere solamente un giocatore normale, un buon giocatore. L’avventura di Adel Taarabt al Milan stava facendo ben sperare che fosse appena nato un nuovo grande talento del panorama europeo. I presupposti c’erano, ma la storia non andò a buon fine. Taarabt, dopo anni, torna a parlare dell’addio inaspettato dal Milan: il Diavolo, infatti, non esercitò il diritto di riscatto del giocatore marocchino dopo sei mesi strepitosi tra grandi giocate con la maglia rossonera. Le sue parole:

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“Sai, indossi la maglia del Milan, e pensi: ‘Gioco a San Siro davanti a 80.000 tifosi’. Mi sentivo amato quando uscivo in città, e poi dovetti tornare inaspettatamente al QPR, un club che comunque amo, che era importante per me, ma avrei giocato in Championship. Mi sono detto: ‘Ho giocato in Champions League e devo tornare qui, impossibile’. Nella mia testa non era possibile. Infine, il Milan prende quella decisione, ma a marzo, dopo due mesi, mi volevano già riscattare dopo due mesi. Poi dopo la situazione con Seedorf era poco chiara e bla-bla-bla.

“Inzaghi mi preferì lui…”

Si parlava di Inzaghi e, infine, non so. Inzaghi non mi voleva perché voleva Cerci, sì, che decisione… Con tutto il rispetto per Inzaghi, dissi: ‘Ditemi tutto, ma non questo’. Dopo si è vista la sua carriera, di Inzaghi – continua lanciando la frecciata all’ex giocatore e allenatore del Milan – Suo fratello, bene eh, lui… è il calcio, devi accettarlo, ma per me fu difficile perché ero così felice a San Siro con i tifosi. Sono un ragazzo semplice, andavo dovunque a Milano, tutti mi vedevano e il sabato mi sentivo come se stessi giocando a casa, e dopo ho passato 18 mesi difficili.

Noi giocatori marocchini supertecnici? Sì, possiamo dire che adesso, se tu parli di un giocatore nordafricano, è quasi come parlare del Brasile dell’Africa. Siamo quasi tutti giocatori così però è vero. Tecnicamente sì, i giocatori nordafricani sono forti. Anche in Marocco si gioca per strada, perché per me la tecnica non la impari quando vai a giocare in una squadra. Quella ce l’hai o non ce l’hai. Dopo fare un controllo, un passaggio, quello lo impari in una squadra, però la tecnica, uno contro uno, questo lo impari solo quando giochi per strada. Non lo impari in una squadra; nessun allenatore mi ha detto come fare un tunnel, come fare una finta, nessuno”.

Senti ancora l’affetto dei tifosi del Milan? Sì, anche adesso. Sempre, quando mi vedono gli italiani qui che lavorano, quando vado al ristorante ‘Scalini’, tutti mi dicono qualcosa. Sono stato solo sei mesi, non è che ho giocato tre anni. Mi chiedono come mai non mi hanno riscattato, però dai… mi sono divertito. Il Milan mi è piaciuto, anche la gente e come si mangia. Noi nordafricani quando arriviamo in Italia vediamo che gli italiani sono un po’ come noi. Gli piace ridere, sono un po’ furbi. Noi siamo così, no? Anche loro sono così. In Italia si mangia troppo bene, mamma mia.

Il mio piatto preferito? Quando giocavo al Genoa la pasta al pesto, era incredibile. E al Milan tutto: pollo, pasta, ma tutto. Quando giocavo al Milan Berlusconi ci fece avere uno chef francese. Era sempre con noi, anche quando andavamo a giocare fuori. Faceva dei piatti incredibili. Quando avevamo Berlusconi era la classe”, ha concluso Taarabt.

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