EDITORIALE PRIMA PAGINA

Da “Milano siamo noi” all’ennesima primavera rossonera di rabbia e frustrazione. Sorge un sospetto

Non è la prima volta che la Milano rossonera vive la sua primavera osservando, tra rabbia e malinconia, i festeggiamenti dell’altra sponda calcistica della città.
Una frustrazione amplificata da numeri che, anno dopo anno, si fanno sempre più impietosi.

Milano siamo noi”: un refrain conteso e inflazionato nel repertorio delle due curve, oserei dire, quasi logoro. Eppure, negli ultimi vent’anni, sembra tristemente destinato ad essere depositato alla SIAE neroazzurra.

Il sorpasso in vent’anni: dai numeri al campo

Al termine della stagione 2004/05 l’albo d’oro parlava chiaro: 17 scudetti Milan contro i 13 dei cugini. Dominio corredato da un paio di euroderby vinti, Champions e trofei varie. Insomma un divario incontrastato che, come spesso si diceva in quegli anni, non sarebbe bastata una nuova vita per colmarlo. Infatti non è servito attendere nuove ere geologiche. Sono bastati venti anni.

Nel frattempo, le invasioni rossonere in Piazza Duomo si sono contate sulle dita di una mano (appena due), mentre i “cugini” hanno festeggiato otto volte. Con un pizzico di autoironia, si potrebbe dire che “il tempo passa quando ci si diverte”.

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Dall’illusione al crollo: una stagione simbolo

Battute (non richieste) a parte. Il livello di scoramento che nelle ultime ore sta montando tra i tifosi, tocca vette mai esplorate nemmeno dopo la seconda stella consegnata al termine dell’ennesimo derby perso o la sconfitta nella doppia stracittadina europea. Si è commesso l’errore di pensare che si fosse prossimi ad un cambio di rotta. Forse l’arrivo di un campione come Modric, Rabiot, il rinnovo di Maignan.

I primi quattro mesi di stagione da vertice, avevano fatto si che il tifoso milanista si distogliesse dallo sgradevole realismo in ragione di quella dolcezza che solo l’illusione sa regalare. Non è un caso che “l’illusione è il primo di tutti i piaceri”. E a quel piacere ci si era fatta la bocca dimenticando i deliri estivi.

Mercato e strategia: il corto respiro del progetto

Casa Milan e Milanello sono apparsi negli ultimi anni come un hotel a cinque stelle con porte girevoli sempre in movimento. Entrate e uscite continue, senza una direzione chiara. Con un’aggravante evidente, quella di una gestione frammentata, a doppio binario, segnale di un passato che non ha insegnato abbastanza. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Una rosa corta nei numeri e discutibile nella qualità che in prospettiva necessiterebbe di un ribaltamento importante. L’ennesimo!

La gestione RedBird, capeggiata da Gerry Cardinale e Giorgio Furlani, ha costruito squadre capaci di accumulare distacchi dal vertice fino a 20 punti, seguendo strategie di mercato rigidamente ancorate a parametri economici. A dimostrazione di un progetto sportivo ben lontano dalla sola di idea di poter essere competitivo.

Via calciatori importanti al giusto prezzo, rimpiazzati da tutti coloro che rientravano nella regola dei 25 milioni per cartellino. E me lo chiamano progetto…

A garanzia, prima un gruppo di lavoro capeggiato dall’enfant prodige dello scouting. Successivamente una auto investita divinità pagana che contava di riscrivere il Libro della Genesi nel Vecchio testamento Rossonero.

Fa seguito un DS a furor di popolo. Incontrato, poi congelato in attesa di risposte da altri profili forse considerati più idonei al duo di cui sopra. Infine accolto a Casa Milan con lo stesso piacere che si prova nell’improvvisata, a tarda sera, di un ex compagno di scuola che bussa alla porta senza preavviso. E mentre il quadro si compone, resta sullo sfondo anche la figura del presidente Paolo Scaroni, meritevole di una successiva analisi più approfondita.

Da club guida a inseguitore: cosa resta del Milan?

Il Milan non è stato grande solo per i risultati, ma per la sua struttura. Un club capace di dettare linee guida, dentro e fuori dal campo. Strategia e comunicazione leader in Europa. Grandi giocatori e successi conseguenza di un’organizzazione societaria che dava sicurezza a tutto l’ambiente, anche e soprattutto dopo stagioni difficili e senza trofei in bacheca. A capo un progetto di futuro che vedeva la vittoria come unica ragione per un’esistenza sportiva appagante.

Oggi invece si soffoca l’ambizione già dall’estate ponendosi come traguardo soddisfacente una qualificazione in Champions che mortifica la storia di questo club per due motivi. Il primo è espresso qualche riga sopra. Il secondo è in stretta relazione con la cifra tecnica dei vari progetti partoriti da Casa Milan nelle ultime stagioni. Andare in Champions, a quale prezzo? Con quale ruolo? Quale ambizione?

Il sospetto: un ridimensionamento calcolato?

Prende forma un dubbio sempre più concreto. E se un piazzamento fuori dalle prime posizioni fosse funzionale al sistema? Comincio a sospettare che un ottavo posto ogni paio di stagioni, possa essere manna dal cielo per la gestione a stelle e strisce. Così facendo si possono giustificare cessioni eccellenti (bisogna fare cassa senza introiti Champions), soffocando per l’anno successivo le aspettative di vittoria parlando, dal primo giorno del ritiro, di qualificazione alla massima competizione europea come unico traguardo stagionale plausibile.

Chi sbaglia paga. Ma davvero?

La storia di questi ultimi quattro anni RedBird ci ha abituati ad un modus operandi. La gestione Cardinale ha lanciato un messaggio chiaro: chi sbaglia paga. Pertanto risulta difficile immaginare che nello sport possa esistere gente che giochi solo per partecipare (o guadagnare) mentre vincere o perdere siano la stessa cosa. Cardinale stesso ha insegnato che nell’azienda Milan, chi non porta risultati (quali?) è fuori. Sono andati via Gazidis, Maldini, Massara, Pioli, Fonseca, Conceicao, oltre che decine di calciatori perché il loro operato è stato ritenuto fallimentare o perlomeno non consono alla storia di questo club.

Allora mi chiedo, cosa hanno ancora da dare quei due o tre dirigenti sopravvissuti alla diaspora rossonera di questi anni? Sarebbe opportuno riconsiderare la posizione dei vari Furlani, Moncada, Ibra, Scaroni, unici punti di continuità con questi tre anni di rivoluzioni

Sono gradite risposte visto che al momento, oltre alle imbarazzanti e centellinate frasi di circostanza, da Casa Milan echeggia costante un silenzio fastidioso.

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