La vita sa essere dura. Se sei un afroamericano in Alabama negli anni ’80 non solo è dura, ma è anche facile che te la portino via da un momento all’altro. In strada o su una sedia elettrica. Non ditelo a Walter McMillian, o Johnny D., come piaceva chiamarlo a chi lo aveva accusato dell’omicidio della giovane Ronda Morrison e per questo condannato a morte. McMillian, quella ragazza, non l’aveva neanche mai vista.
E vagliela a dimostrare, nell’Alabama di quegli anni – non che adesso la situazione sia tanto diversa -, la tua innocenza. Quando entri nel braccio della morte, il tuo destino è scritto. È solo questione di tempo, non esiste speranza. E se ad un uomo togli la speranza, in realtà lo hai già ucciso.
McMillian non fa eccezione, vive la quotidianità in carcere con la sconcertante serenità di chi sa che non c’è niente da fare. È rimasto già disilluso da troppe persone in passato: meglio accettare un destino già scritto.
Alla fine questa storia è tutta una grande metafora: capita a chiunque di trovarsi nella situazione di McMillian. Non nel braccio della morte, per carità. Parlo di un sentimento. È quel senso di rassegnazione che ti fa smettere di lottare, di provarci. Usando una similitudine sportiva, sarebbe come perdere (e male) una semifinale d’andata di Champions contro i rivali di sempre: con quali forze ti presenti al ritorno? Con quali speranze?
A volte però, nella vita, capita di imbattersi in un Bryan Stevenson. Benedetto sia il giorno in cui questa fortuna è capitata a quel pover’uomo di McMillian! Stevenson nell’89 è appena diventato avvocato dopo essersi laureato ad Harvard. Avrebbe centinaia di offerte di lavoro degne del suo curriculum, ma decide di trasferirsi in Alabama per avviare uno studio legale pro bono a difesa di tutte quelle persone che, come McMillian, aspettano solo l’ultimo giorno senza mezzi per difendersi.
Stevenson deve farci i conti, con la diffidenza di McMillian. E con la sua rassegnazione. E guardate che quando una persona getta la spugna non è mica facile convincerla a rialzarsi, a provarci ancora. Stevenson però è un giovane di belle speranze, ha voglia di spaccare il mondo. Altrimenti mica ci si sarebbe trasferito, nel razzista e retrogrado stato dell’Alabama.
Stevenson crede nel diritto di opporsi. Ad un sistema, ad un destino scritto. Lo sa che fino a quando non ci si siede su quella sedia – o finché l’arbitro non fischia la fine, se preferite – si può ancora tentare di fare qualcosa. E alla fine lui ci riuscirà: anche con un intero Stato contro, dimostrerà l’innocenza di McMillian e ne otterrà l’assoluzione. Ha ridato la vita ad una persona che si credeva morta.
Il diritto di opporsi alla fine è questo. Non è per forza farcela, è provarci. È l’ultimo grido di chi non si arrende. È la speranza di chi sa che, fino a quando il giudice non batte il martello o l’arbitro non fischia tre volte, non è mai detta l’ultima parola. Anche di fronte ad un destino che sembra inesorabilmente scritto. E allora perché non crederci?

Segui la nostra pagina Facebook per non perderti nulla del mondo Milan!
