Berlusconi e Sacchi, l’esteta del pallone e l’esteta della panchina: il binomio che ha reso immortale il Milan
L’esteta è colui che ritiene il bello come unica via di realizzazione della vita. Tutto deve essere fatto e perseguito in funzione di esso, del culto dell’arte. Una maniera di intendere e percepire il mondo che risale alla seconda metà del 1800, quando il decadentismo pervase il vecchio continente, lasciando in eredità, appunto, l’estetismo. Il suo esponente maggiore è contemporaneo al movimento, ovverosia Oscar Wilde, anche se qui in Italia Gabriele D’Annunzio ha permeato l’immaginario comune.
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Quasi cento anni dopo Silvio Berlusconi ha deciso di incarnare e vestire i panni del ruolo del “dandy”, ancora una volta inteso come amante del nobile e dello scultoreo. Lo ha fatto soprattutto utilizzando il mezzo di contatto con il popolo più forte e diretto che esista. No, non la politica. Lo ha fatto con il calcio, l’oppio dei popoli per alcuni, ragione di vita per altri, “la cosa più importante tra le meno importanti” per Arrigo Sacchi.
Silvio Berlusconi e Arrigo Sacchi, il binomio che ha reso grande e immortale il Milan. L’esteta che si affida all’esteta della panchina, propiziatore, dopo aver visto la scuola olandese di Michels e Crujiff, del calcio totale e di quello che oggi il mondo decanta guardando Pep Guardiola e i suoi “adepti”. Berlusconi si è sempre professato amante del bel gioco, di un football votato all’attacco e al compiacimento degli occhi. Si vive per fare un gol in più dell’avversario e non per subirne uno in meno.
Quando nel 1986 atterra a Milanello con il suo elicottero privato, il Diavolo è in mezzo a un oceano, sotto tutti i punti di vista. La prime metà degli anni ’80 sono stati caratterizzati da due retrocessioni storiche, rimaste le uniche. La prima decisa dalla Lega per lo scandalo “Totonero”, la seconda per puri demeriti sportivi. Due gestioni disastrose, con Felice Colombo e Giuseppe Farina in virtù di presidenti. Il quasi fallimento, le condizioni pietose del centro sportivo e delle strutture del club e una montagna immensa da scalare. Fino all’arrivo del “Cavaliere”.
La prima vera stagione al vertice della società rossonera è la 1986-1987. Bisogna ricostruire, rifondare a partire dalle basi, dalla guida tecnica. Silvio Berlusconi è ignaro che sarà un Milan-Parma di Coppa Italia disputato il 3 settembre a scrivere l’incipit di questa meravigliosa ed eterna storia. All’epoca, la competizione inizia addirittura dai gironi, all’interno di uno dei quali il Diavolo viene sorteggiato con Barletta, Sambenedettese, Ascoli, Triestina e, appunto, Parma.
Sulla panchina del Parma, appena promosso in Serie B, siede un semisconosciuto allenatore del ravennate, tale Arrigo Sacchi, artefice della risalita dalla C1 e che in precedenza si è messo in mostra con le giovanili del Cesena, vincendo lo Scudetto primavera. Insomma, non un curriculum da prima pagina. Eppure il 3 settembre del 1986 la sua creatura domina il Milan a San Siro, battendolo 1-0 con rete di Fontolan.
Berlusconi si appunta il nome. Un esteta come lui non può non farlo. Lo ha appena visto dirigere una squadra che è stata in grado di dominarlo nel suo salotto. In realtà l’ex premier lo conosce già. Il bello cerca il bello, d’altronde. I due si sono incrociati già in estate, quando un Parma-Milan amichevole termina 0-2. Negli spogliatoi Berlusconi promette di continuare a seguire le gesta di quell’allenatore venuto da Fusignano.

Il destino vuole che Milan e Parma debbano incontrarsi ancora, sempre in Coppa Italia, questa volta agli ottavi di finale. Il copione non cambia. I ducali passano ancora per 1-0 al Meazza, questa volta con gol di Bortolazzi. Al ritorno, tra le mura del Tardini, lo 0-0 regala l’impresa ad Arrigo Sacchi.
Berlusconi è sempre più sorpreso e incuriosito. Apprezza il modo di giocare offensivo, spregiudicato, caratterizzato da un forte e costante pressing e dal movimento dei terzini. Il Parma è veloce, aggressivo e, soprattutto, senza paura. Il campionato di Serie B sarebbe stato il banco di prova definitivo per capire se avesse le carte in regola per cambiare palcoscenico, diventando direttore artistico della Scala del calcio.
Così è, senza la necessità di aspettare la fine della stagione. A fine marzo, infatti, il Corriere dello Sport decide di riportare una notizia bomba: Arrigo Sacchi avrebbe allenato il Milan. Nelle settimane precedenti l’allenatore è stato ospite di Berlusconi e Galliani ad Arcore, dove sono state poste le basi del futuro insieme. Sacchi, però, ha già preso un impegno con un’altra società di Serie A, la Fiorentina. Nei giorni successivi alla cena in compagnia della coppia d’assi rossonera, infatti, il tecnico ha un appuntamento in agenda proprio con la dirigenza viola, meeting che i due chiedono di rimandare.
Intellettualmente troppo onesto, Sacchi, dopo averci rimuginato tutta la notte, decide che no, non si può proprio rinviare. Galliani e Berlusconi, però, si sono finalmente decisi, non c’è tempo per aspettare. Arrigo deve allenare il Milan, fine della storia. Tornato sui suoi passi, il visionario di Fusignano accetta la corte dell’esteta a capo del Diavolo, firmando il contratto in bianco. Avrebbe preso meno di quanto prendeva a Parma. Non importa, è solo l’inizio di una meravigliosa storia d’amore.
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