Dopo Istanbul c’è sempre Atene, nel segno di Kakà
La scena sembra provenire da un passato lontano diversi secoli. È la versione contemporanea della tragedia più famosa e rinomata a livello mondiale di William Shakespeare, Romeo e Giulietta. Kakà si affaccia dalla finestra, incredulo, ebbro, gli occhi colmi e sazi del pullulare di amore che lo abbraccia a partire dai marciapiedi di via Turati per giungere fino a lui. La Milano rossonera, Romeo, lo ama di un amore folle e viscerale. Farebbe di tutto pur di legarsene a vita, impedendogli di abbandonare la sua terra adottiva per andarne a cercare un’altra. Un giocatore così non capita di nuovo.
Ricardo, Giulietta, ricambia questa passione, è consapevole di non aver bisogno d’altro al di fuori della sua gente, quella che tifa e venera il Diavolo. Forse, in cuor suo, è al corrente che non sarà per sempre, il presagio che sia solo temporaneo inizia già a insinuarsi nei suoi meandri più profondi. “Non si vende Kakà!” e Kakà, sventolando la maglia numero 22 in una tarda e gelida notte di gennaio, rimane a San Siro, rifiutando il Manchester City. Silvio Berlusconi, addirittura, interviene in diretta al “Processo” di Aldo Biscardi per confermare lo stop della trattativa. Sei mesi dopo, però, andrà al Real Madrid, inaugurando il periodo nero del Milan, illuminato solo dall’episodico scudetto del 2011.
Ora, però, occorre fare un passo indietro, diversi. Ricardo Kakà è stato l’ultimo Pallone d’oro del Milan. Per quanto siano arrivati altri campioni a Milanello negli anni a venire, da Ronaldo a Ronaldinho fino a Zlatan Ibrahimovic, Smoking bianco è simbolo del quindicennio finale dell’epopea berlusconiana. Kakà ha fatto innamorare del pallone una generazione intera, riuscendo nell’impresa di far collimare una classe fuori da ogni tempo a un’eleganza fuori dal campo di rara fattura.
Possibilmente, Ricky è stato l’esempio perfetto del giocatore ideale per l’esteta Berlusconi. Fresco, bello, pulito, senza barba e tatuaggi, con i capelli in ordine. Il cavaliere stesso descrisse Kakà in maniera più che eloquente, lasciando tradire le sue preferenze, definendolo “il marito che tutti i genitori vorrebbero per le proprie figlie”.
L’arrivo di Ricardo a Milanello è accolto da un tripudio di ironia e malcelato scetticismo. C’è chi si diverte storpiandone il nome, chi ne osserva stupito l’aspetto, un calciatore travestito da studente modello, con giacca, cravatta e occhiali da secchione. Un brasiliano decisamente atipico. Ancelotti è convinto che il presidente abbia acquistato uno studente universitario. Ancora non sa che i voti che prenderà non saranno mai inferiori al 30.

I dubbi vengono fugati al primo allenamento. Un fenomeno di tale portata non si vede spesso. Possiede un’eleganza accecante abbinata a una velocità in progressione palla al piede fuori dal comune. Ricredersi e innamorarsene è molto semplice. Gattuso capisce immediatamente che quello “sfigato con gli occhialini”, citandolo testualmente, porterà il Milan sul tetto d’Europa.
Dal suo sbarco all’aeroporto di Milano Malpensa all’avverarsi della profezia di Ringhio passano appena quattro anni. In mezzo, com’è giusto ricordare, Istanbul, da sempre crocevia di popoli e culture, cuore pulsante dei più grandi imperi della storia dell’uomo, che si trasforma nel teatro degli incubi rossoneri. Il 2005, senza scendere in particolari fin troppo vividi, è solo il preludio, per quanto doloroso, a quanto accadrà 24 mesi dopo.
Il 2007 è l’anno di grazia del brasiliano, quello che lo consacra e ne sancisce l’immortalità. Giocare a quel livello è umanamente impossibile. In un’epoca in cui Cristiano Ronaldo e Messi sono ancora apprendisti fenomeni, Kakà è l’apice della bellezza nel calcio mondiale.
Il cammino che porterà ad alzare la Coppa dei campioni ad Atene inizia ai preliminari, contro la Stella Rossa. Curioso come la prima e l’ultima Champions League dell’era Berlusconi siano dovute passare dal Marakanà di Belgrado, benché nel 1988 il palcoscenico fosse quello degli ottavi di finale. Superato il primo ostacolo, per il Milan è un viaggio trionfale.
Dopo aver superato abbastanza agevolmente il girone al primo posto, agli ottavi si materializza il primo miracolo del numero 22. Gara di ritorno. Milan-Celtic, dopo lo 0-0 dell’andata, va ai supplementari con le reti inviolate. Boruc è in stato di grazia, i padroni di casa non riescono a segnare, fino all’assolo di Kakà, fino alla cavalcata inebriante che conduce alla gloria. L’antipasto è servito.
I quarti di finale contro il Bayern sono decisi da uno 0-2 esterno firmato da Seedorf e Inzaghi, decisivi dopo il 2-2 di San Siro. Dopo i bavaresi arriva l’avversario più ostico in semifinale: il Manchester United. La memoria, quando il ricordo è vivido, non può annebbiarsi. Manchester United-Milan del 24 aprile 2007 è la partita del gol di Kakà per antonomasia. Superfluo descriverlo, perché quando la bellezza, abbinata alla caparbietà di saper cogliere il momento e all’intelligenza calcistica, si eleva a un livello così alto, non resta che ammirare.

Il ritorno, “La partita perfetta”, è la prova definitiva dello strapotere rossonero. A Milano scende una pioggia torrenziale, premessa ideale per una notte epica. Il 3-0 firmato da Kakà, Seedorf e Gilardino vale l’appuntamento con la storia. Due anni dopo, è ancora Milan-Liverpool.
In una cornice suggestiva, quella di Atene, già fedele al Milan nel 1994, quando Capello sconfigge Crujiff, Kakà recita nell’ombra, lasciando le luci della ribalta a Pippo Inzaghi. 2-1, il Diavolo vendica Istanbul e il numero 22 è sul tetto d’Europa. Silvio Berlusconi ha appena vinto la quinta coppa dalle grandi orecchie della sua storia a braccetto con il Diavolo.
Per il fenomeno brasiliano, la consacrazione finale arriva a dicembre, quando vince il Pallone d’Oro, piazzandosi davanti alla coppia Messi-Ronaldo, destinata a dominare nei successivi dieci anni.
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