Zlatan Ibrahimovic si racconta, a 360 gradi, senza filtri. Quelli non li ha mai avuti, in realtà. La leggenda svedese è stato ospite del giornalista Piers Morgan per una lunghissima intervista del suo ormai celebre format “Piers Morgan Uncensored“. Qui la seconda parte:
Cosa ti ha dato più fastidio delle cose dette dai media?
“Quando andavano sul personale. C’erano cose quando dicevano cose mie personali, mi giudicavano per la mia provenienza, per il mio aspetto, il mio stile, il mio modo di dimostrare affetto. Non dimostravo affetto abbracciando le persone, lo faccio in un modo molto aggressivo. Ma questo non vuol dire che voglia farti del male. Ci sono stati certi momenti davvero stupidi, come quando dicevano che cercavo una ragazza e cose simili. È successo 20 anni fa ma è ancora nella mia testa. Non è ok, non si fanno queste cose. Stavo facendo del mio meglio per sopravvivere e per farcela, e arrivano queste persone che mi vogliono buttare giù. Ma penso che questo mi ha reso ancora più forte”.
L’importanza di Mino Raiola nella sua vita, non solo calcistica:
“La sua morte è stata una grande perdita, lo è tuttora, mi manca molto, oggi e per sempre. Non era solo un agente per me, era tutto. La mia carriera è iniziata il primo giorno che l’ho incontrato. Facevamo tutto insieme, condividevo tutto con lui: bei momenti, momenti brutti. Era presente anche nella mia vita privata, gli presentavo una ragazza e gli chiedevo se potesse andar bene o no. Era coinvolto in tutto quello che facevo, davvero tutto”
“Quando è scomparso per me il calcio è cambiato, non è più stato la stessa cosa. Mi ha visto crescere da ragazzino a uomo, sono diventato chi sono anche grazie a lui. Ma ci davamo sempre battaglia, litigavamo anche in modo duro. Ci dicevamo anche cose pesanti. Del tipo: “Vaffanculo, non lavori più per me”. E lui mi rispondeva: “Per licenziarmi prima devi assumermi”. Mi rispondeva sempre a tono. Odio e amore. Ma anche “l’odio” era amore. Se vuoi bene davvero a qualcuno gli dici tutto in modo diretto senza che questo possa cambiare il rapporto. E dopo che se n’è andato è diventato più difficile, perché ora faccio le mie cose da solo. Prima quando dovevo fare qualsiasi cosa lo chiamavo per chiedergli un parere. Amava le sfide, era un agente che lavorava per i giocatori e non per i club. Il suo obiettivo era quello di cambiare la vita ai calciatori, di salvarli”.
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Qual è il miglior consiglio che ti ha dato?
“Mi ha sempre detto: sii felice e apprezza quello che fai. Non mi vedeva sempre felice, e il suo motto era questo. Ma per me non era facile, per come sono fatto io non sono mai soddisfatto, voglio sempre di più. Gli dicevo che avevo bisogno di questa fame sul campo. Ma lui mi conosceva perfettamente. Vedeva il futuro prima che accadesse. Sapeva che saremmo stati poco a Barcellona. Ma non per i soldi, ma perché pensava che non fossi adatto per quell’ambiente. Quando ho lasciato il Milan diceva: “Non possono pagarti più”. Diceva che dovevo andare a Parigi perché solo io potevo completare quel progetto. Aveva questa capacità di vedere il futuro. Mi diceva che dovevamo creare problemi, perché eravamo i migliori a risolverli. Quando le cose sono normali non va bene perché non eravamo normali, eravamo sopra la norma. Mi stimolava in questo modo. Quando dovevo cambiare club facevamo il gioco del poliziotto cattivo e quello buono, io dicevo qualcosa e poi iniziava tutto. Lui stava al gioco. Ma se non otteneva quello che voleva diventava lui quello cattivo: volavano sedie, tavoli. È stata una grande perdita. Era un modello per me. Padre, amico, agente, esempio. Ho imparato tanto da lui, ci manca molto”.
La moglie Helena, 11 anni più grande di Ibra:
“Ho visto questa ragazza bionda, ero nella mia Ferrari e volevo sembrare figo. Ma anche lei aveva una macchina notevole. Ci siamo parcheggiati, io cercavo di atteggiarmi ma lei mi ignorava totalmente. Non era quello che volevo. Quando ero giovane erano timido, non mi sentivo come ora. Da dove vengo io c’erano altri tipi di ragazze, quindi quando sono arrivato in città e ho visto tutte queste ragazze bionde… Wow. Quando ho visto Elena ho pensato fosse davvero bella, ma mi ignorava. Non era ok. Conoscevo un suo amico e le mandavo dei messaggi, ma mi ignorava. Ma non ho mollato, e quando non ti arrendi ce la fai. Alla fine ho avuto una possibilità. La cosa divertente è che nel primo messaggio che le ho inviato ho scritto un messaggio mi sono firmato “the one with the Red one”. Quello con la Ferrari. Sapeva che ero io. Lei mi ha risposto “with the black one”, perché la sua macchina era nera. Da qui abbiamo iniziato a parlare e conoscerci, ma sono 11 anni più piccolo di lei. Quindi mi vedeva come un ragazzino immaturo. Era elegante, sapeva cosa faceva e cosa voleva. Ci siamo frequentati per due anni. Poi quando mi sono trasferito in Italia le ho detto che era il momento di metterci insieme, se non avessimo provato non lo avremmo mai saputo. Ha avuto tanta pazienza con me, io ero giovane e scatenato. Ma anche a causa dell’età è qui con me ora. È stata più matura, paziente. Oppure ha visto un investimento in me (ride, ndr)”.
Ha pensato che avrebbe potuto domare la bestia:
“Può essere, la differenza di età ha fatto la differenza. Poi inizi a conoscerti. Ogni tot di tempo cresci, cambi”.
Però non sei sposato:
“No, perché non voglio perdere il 50% delle mie cose (scoppia a ridere, ndr). Sto scherzando, sto scherzando. Seriamente, le ho chiesto di sposarmi. Ma mi ha detto di no (ride, ndr). È forte, eh? È successo un paio di anni fa. Le ho detto: “Dopo 20 anni meriti di diventare mia sposa”, mi ha detto: “Non ho bisogno di sposarti per stare con te”. È forte, molto forte”.
Come ti sei sentito?
“Se fai una cosa del genere guadagni ancora più rispetto da parte mia, non ho bisogno di vincere ogni volta”.
Glielo chiederai nuovamente?
“No. Ha avuto la sua occasione, non ne avrà un’altra (ride, ndr). Ma ha avuto due figli da me, è una cosa ancora più importante che essere sposati”.
È vero che le hai detto che non avrebbe avuto niente come regalo per San Valentino perché aveva già Zlatan?
“Sì, ma non è successo con lei. Era con un’altra ragazza. Se l’avessi detto ad Helena sarebbe andata via di casa (ride, ndr). Ho detto quella cosa quando avevo tantissima attenzione su di me, tanta adrenalina, ero sempre in tv o sui giornali. Quindi avevo fatto questa proposta di fidanzamento, ero gasato. Ma non avevo capito bene cosa significasse: bisognava sposarsi entro un anno dalla proposta. Ma non volevo sposarmi. E così ho detto quella frase in un’intervista. Quando mi hanno detto che dovevo sposarmi entro un anno allora ci siamo lasciati. Non l’ho fatto per sposarla, ma per sentirmi vivo. Però capiscimi, ero giovane. Ad Helena comunque non importa. Mi ha detto che non ha bisogno di sposarmi per dimostrare che stiamo insieme. Abbiamo due figli e non c’è bisogno di un foglio di carta per dimostrare che stiamo insieme”.
Sull’Arabia Saudita e i soldi:
“Se so quanto sono ricco? Ho sempre detto che i soldi non sono importanti. Io e Mino abbiamo sempre fatto grandi cose. Quando sei un’azienda, vuoi una sfida per vendere il più possibile. Io sono stato senza soldi, cresciuto in una famgilia con pochi euro con cui dovevamo pagare le bollette. Ma ho avuto una buona vita in questo periodo della mia vita. I soldi fanno più facile la tua vita, ma non ti danno la felicità. Il mio sogno era giocare nel Barcellona, ma questo è diventato un incubo. Ho avuto offerte dall’Arabia Saudita e dalla Cina, ma quello che fa la differenza è quello che vuoi. Ci sono giocatori che hanno bisogno di chiudere la carriera in grandi palcoscenici perché devono essere riconosciuti per il loro talento, non per quanto hanno guadagnato. Penso che questo sia importante per i giocatori di un certo livello, non andare in palcoscenici inferiori e finire la tua carriera in un altro modo. Ma molti giocatori hanno bisogno di andare a guadagnare di più perché prima, magari, non hanno guadagnato abbastanza. Ho avuto un’offerta da 100 milioni dalla Cina, ma sono andato in America. Ho voluto sfidarmi con qualcosa di nuovo. Problemi morali a giocare in Arabia? No. Ovunque tu giochi a calcio, è calcio. È un sogno che condividiamo tutti e che connette le persone nel mondo. L’Arabia sta crescendo, la MLS sta crescendo, la Cina ha avuto un exploit ma ora non so la situazione. Quello che facciamo è per la nostra famiglia e il suo benessere per avere una bella vita. Nessuno lavora gratis, Probabilmente ho un patrimonio da mezzo miliardo di dollari, ma non lo so con precisione e quando ero un bambino a Malmo non ci avrei mai pensato ad arrivare a questo. Ma tutto questo non mi ha cambiato, io sono sempre me stesso. Io sono sempre affamato, aggressivo, ho bisogno di sentirmi vivo ogni giorno”.
Su Pep Guardiola:
“Penso che Guardiola sia un grande allenatore. Se guardi la sua carriera e prendi gli ultimi 10-15 anni, ha sempre fatto grandi risultati. Penso che non sia mai andato sotto il secondo posto. Ma oltre all’allenatore, c’è la persona. Io guardo tutti negli occhi e capisco se c’è un problema o meno. Mi serve un secondo per andare al punto e risolvere un problema. Ricordo che prima che andassi al Barcellona, i media dicevano che ero troppo diverso per quel contesto. Il mio errore è stato quello di voler entrare in quella mentalità per quello che sono io. Non potevo essere qualcuno di diverso. A Guardiola ho detto di essere sincero con me e di dirmi le cose direttamente. Io risolvo i problemi. Non ero li per creare problemi, ma per risolverli. Ero li per realizzare il mio sogno, ma lui non l’ha fatto. I primi sei mesi le cose sono andate benissimo. Nel primo incontro che ho avuto con lui, mi ha detto che i giocatori non arrivavano al campo con la Ferrari, la Porsche o altre macchine di lusso. Gli ho chiesto perché? Mi ha chiamato tutti i giorni per convincermi ad andare al Barcellona e poi mi ha mandato questi messaggi. Non usato le mie macchine per 6-8 mesi
“Poi gli ho chiesto di poter parlare in maniera tranquilla. Gli ho detto che avevo bisogno del mio spazio per fare il mio calcio, cosa che non riuscivo più a fare dopo il cambio di posizione di Messi. Abbiamo parlato in maniera normale. Non abbiamo mai avuto problemi a livello di rapporto allenatore-giocatore. Lui mi ha datto che avrebbe preso in considerazione queste mie necessità. La prima partita dopo il colloquio, panchina. Non sono il tipo che va dal mister a chiedere perché non mi fa giocare. Io vengo dalla cultura del duro lavoro e tu ottieni in base a come ti alleni e lavori. Seconda partita, panchina. Terza partita, panchina. Io penso che Guardiola si sia sentito offeso dalla mia richiesta di giocare di più, che per me è ok. Ma devi essere diretto con me, dobbiamo capirci. Quarta partita, panchina. E allora iniziavo a capire che ero in panchina per una situazione che si era creata per le persone vicino a lui, che avevano iniziato a interferire. Poi sono arrivato al campo con la mia fottuta Ferrari e ho fatto in modo che lui vedesse la cosa dal suo ufficio. Il mio motto in quel momento è stato “se tu mi fotti, io ti fotto”. Se vuoi giocare con il fuoco, bene. Ma io ti brucerò. Certo, lui era sempre l’allenatore e non giocare, per un calciatore, è la punizione peggiore che ci possa essere. Lui era l’allenatore, il boss, ma questa cosa non poteva essere ok. C’era la sala colazione dove ci trovavamo tutti e lui faceva dentro e fuori dalla stanza quando c’ero io. In campo non c’era mai una connessione visiva tra di noi. Mi evitava e li ho notato che c’era qualcosa oltre il giocatore. È stato un codardo perché non si è voluto confrontare direttamente con me. Ha usato “i suoi ragazzi” per risolvere i suoi problemi. Lui non ha voluto mai confrontasi con me. Ma quello che è successo, è successo. Devi prendere esperienza da queste cose. C’era un suo amico, quando ci siamo incrociati in un derby di Manchester, che lo teneva aggiornato su quando sarei passato. Una volta che sono passato, lui è uscito da dov’era. Io penso che sia un allenatore fantastico, che ha cambiato il gioco. Come uomo… Non è quello che ho conosciuto. Ma sono contento per lui. Abbiamo condiviso lo stesso sogno. Non ha avuto il coraggio di confrontarsi con me, è sempre scappato via dal confronto”.
Su José Mourinho:
“Non ho mai visto arroganza in lui, ma coerenza e fiducia in quello che diceva. Perché quello che ha detto, lo ha fatto. L’ho conosciuto all’Inter. Io arrivavo dall’esperienza di Capello, che era un allenatore con una mentalità molto forte. Lui mi buttava giù tutti i giorni per poi portarmi al top. È stato quello che ha forgiato la mia mentalità, quella di non essere mai soddisfatto al massimo. Mi ha detto che facevo pochi gol e che aveva bisogno che io segnassi di più e mi sono allenato tantissimo a tirare in porta, oltre ad allenarmi forte con gente come Cannavaro e Vieira. Lui urlava sempre “Ibra, Ibra” che poi è la genesi del mio soprannome. Io andavo in campo e mi allenavo un’ora in più per migliorare. Quando ho incontrato Mourinho, in allenamento facevamo cose nuove tutti i giorni. Lui divideva il campo in quattro zone e ogni esercizio era qualcosa di nuovo. Poi quando parlava alla squadra, ci diceva che non avremmo avuto una seconda chance. Ti porta a combattere per lui e tu fai qualsiasi cosa per vincere. Lui ti motiva ad un livello altissimo. E come uomo, è diretto. È un vincente e dice quello che pensa, ma è molto informato. Sapeva più cose di me quando parlava con me”.
Sui suoi gol più belli:
“Il gol in rovesciata contro l’Inghilterra. Non ho visto molti giocatori fare una cosa simile. Un giocatore normale, quando vince 3-2 a pochi secondi dalla fine, prende il pallone e perde tempo. Ma io li ho visto un qualcosa di diverso. Hart era fuori dalla porta e quando ha colpito la palla di testa, ho corso all’indietro e pensavo a dove sarebbe potuta arrivare la palla. Quando sei un attaccante, sai benissimo dove si trova la porta, non hai bisogno di vederla. Ho dovuto cambiare la mia angolazione per mettermi nella posizione migliore per la porta. Ero concentrato su come colpire il pallone. La rovesciata di Ronaldo contro la Juve? Ero sarcastico. Quel gol è stato fantastico, ma io ho segnato da 40 metri. Un gol meglio del sesso? Non scherziamo, il sesso è dieci volte meglio di un gol e chi dice il contrario, ha un problema col sesso. Dopo il gol ho visto Wellbeck entusiasta di quello che avevo fatto. Ho pensato “Goditela, perché non vedrai più niente del genere”. Il gol è stato bello anche perché è stato contro l’Inghilterra, dove molti scrivevano che non ero bravo abbastanza per giocare in Premier League. Tiravano fuori statistiche diverse. Ho segnato quattro gol e questo è un gol che gli inglesi ricorderanno per il resto della loro vita. Ho segnato diversi gol belli, ma quello… I gol che ricordi sono quelli che non potrai ripetere. È stato un gol pazzo, fatto d’istinto. È qualcosa che non puoi pianificare. Il gol più bello che ho visto da parte di un giocatore? Penso che i miei gol siano folli perché sono 197 centimetri per 97 chiili. Uno che ricordo è quello di Zidane contro il Bayer Leverkusen. Ma nella top 10, io ne ho fatti 5”.
Il miglior giocatore di sempre:
“Per me Ronaldo il Fenomeno era qualcosa di diverso. Ha cambiato il gioco. Ricordo che ero un ragazzino e guardavo le sue giocate su YouTube. Ricordo che passavamo ore davanti agli schermi dei computer e studiavo i tricks, i dribbling e per me lui era il calcio. Perché tutti volevano essere lui. Ci sono stati tanti giocatori che hanno fatto benissimo, ma lui è stato qualcosa di diverso”.
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