“Quante cose distruggiamo costruendo” cantava Mirko Maratona, alias Rkomi, sul palco dell’Ariston lo scorso febbraio. Un verso, questo estratto dalla canzone “Il ritmo delle cose”, che descrive al meglio il processo di autodistruzione avviato a Milano dalla società rossonera due anni fa, alle prese con la decisione di cacciare in mondo ingeneroso la coppia Maldini–Massara. Per il Milan il risultato in finale di Coppa Italia è solo l’ultimo insuccesso del famigerato “gruppo di lavoro”, riuscito nell’impresa di distruggere ciò che di buono era stato costruito negli anni precedenti con idee, valori, e tanta passione.
Dopo una stagione amorfa, l’ultima della gestione Pioli, il popolo rossonero si aspettava di tornare ad essere protagonista. Il che non significa tornare a vincere a tutti i costi, ma perlomeno provarci. Inutile elencare ancora una volta i fallimenti di quest’anno, che verosimilmente si chiuderà con il Milan fuori dalle competizioni europee. È bene però sottolineare la continua regressione rispetto a quel biennio che portò il Diavolo a vincere lo scudetto e ad essere tra le migliori quattro squadre d’Europa. Il presente invece coincide con l’ottavo posto in Serie A e la mancata partecipazione alla prossima Champions League. Un violento decrescendo.

“Un moderno descrescendo”
Il metodo “Moneyball” non può essere applicato al calcio italiano. Oggi non ci sono più dubbi: il gruppo di lavoro ha fallito, e insieme ad esso l’idea di attuare questa innovativa strategia sportiva ad un club come il Milan. Urge in tal senso fare nomi e cognomi. Perché oltre agli errori commessi, sembra che le ambizioni di Giorgio Furlani, Paolo Scaroni e Gerry Cardinale non coincidano con quelle delle piazza. Per questo motivo sarebbe riduttivo semplificare i problemi del Milan targato RedBird alla scelte dei giocatori o gli allenatori. Il discorso è più ampio.
Qual è stato il limite principale di questa direzione sportiva? Per provare a spiegarlo, richiamo in aiuto le parole di Paolo Maldini ad Akos Podcst: “Sono le cose non tangibili a fare la fortuna dei club. E le cose non tangibili difficilmente si possono spiegare su un foglio excel a un proprietario”.

Quale sia il ritmo delle cose in casa rossonera ancora, onestamente, non lo abbiamo capito. Dopo settimane di ricerca sul fronte direttore sportivo siamo tornati ad un vicolo cieco. Il futuro del povero Milan è più incerto che mai e, sia chiaro, da questo punto di vista vincere contro il Bologna non avrebbe cambiato nulla. Probabilmente era anche giusto che quella coppa andasse alla squadra di Italiano. Perché a Milano, come accaduto a gennaio con la Supercoppa, una vittoria sarebbe servita solamente a nascondere la polvere sotto al tappeto.
La cosa più semplice, ma dannatamente efficace per il club meneghino, adesso, sarebbe quella da ripartire da persone competenti. A partire dal direttore sportivo fino alla scelta dell’allenatore. Basta con gli esperimenti, la gente del Milan ha perso la pazienza.
