A poche ore dalla finale del Mondiale per Club a New York, la FIFA aveva annunciato un accordo storico con il sindacato dei calciatori, fondato su un principio chiaro e condivisibile: la salute dei giocatori è una «priorità assoluta». Un messaggio forte, che arriva in un calcio sempre più compresso da impegni, viaggi e competizioni.
L’intesa si basa su due punti cardine. Il primo è l’introduzione di un riposo minimo obbligatorio di 72 ore tra una partita e l’altra. Il secondo riguarda le ferie di fine stagione: 21 giorni garantiti per ogni calciatore, con la gestione demandata ai club in base ai rispettivi impegni e nel rispetto dei contratti collettivi. Sulla carta, una svolta di civiltà. Tuttavia, la Lega Serie A non ha mai accolto tale proposta, non ufficializzandola.
Eppure, come spesso accade, la teoria rischia di scontrarsi duramente con la pratica. Perché questo accordo, pur giusto nelle intenzioni, porta con sé insidie evidenti, soprattutto per i calendari dei campionati nazionali, già oggi al limite della sostenibilità. Incastrare tutte le competizioni — campionato, coppe nazionali, competizioni europee e tornei FIFA — diventa un esercizio quasi impossibile, tanto da mettere in difficoltà persino l’intelligenza artificiale più avanzata.
Il caso Milan
Il caso del Milan è emblematico. I rossoneri sono infatti chiamati a scendere in campo giovedì 8 gennaio alle 20.45 contro il Genoa e poi nuovamente domenica 11 gennaio alle 15 a Firenze. Tra le due partite intercorrono appena 65 ore, ben al di sotto delle 72 ore di riposo minimo stabilite dal nuovo regolamento FIFA.
Un paradosso evidente: mentre si annuncia un accordo che tutela i calciatori, la realtà dei fatti mostra come tali principi rischino di non essere applicabili nell’immediato. In questo scenario, il Milan — come altri club in situazioni simili — non vedrebbe garantita la pausa minima prevista, sollevando interrogativi inevitabili sulla reale efficacia dell’intesa.
La direzione intrapresa è senza dubbio corretta, ma ora serve coerenza. Senza una revisione profonda dei calendari e una reale collaborazione tra FIFA, leghe e federazioni, il rischio è che le nuove regole restino un manifesto di buone intenzioni. E a pagare il prezzo, ancora una volta, saranno i giocatori e i club, stretti in un calendario sempre più ingestibile.
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