“Dottore come sta?” – “Il paziente si è risvegliato. Ha ripreso ad alimentarsi da solo. Un semplice brodino ma i segnali possono essere letti come confortanti. Restiamo vigili”.
Sembra poter essere questa la conversazione tra i familiari del paziente Milan e il primario del reparto di terapia intensiva dell’Ospedale San Siro.
È inutile girarsi intorno. Quanto accaduto sabato può essere paragonato ad un letale frontale contro un muro di cemento armato ad una velocità elevata. Alzi la mano chi non era carico di aspettative e certezze alimentate nel corso delle due settimane di sosta per le nazionali?
Dopo la vittoria dell’Olimpico contro la Roma lo scorso venerdì 1 settembre, la frase più inflazionata era: “Questa squadra sembra giocare insieme da tanto tempo”.
Un’offerta di gioco offensivo e dominante che inevitabilmente ha portato a vincere tre partite su tre. Ben otto gol segnati e appena due subiti. Dalle perplessità iniziali, grazie all’avvio rossonero, si è passati all’elogio incondizionato di una dirigenza che ha messo sin da subito a disposizione di Pioli i frutti della rivoluzione tecnica. I nuovi arrivi sin dai primi giorni di ritiro a Milanello pronti ad entrare nei meccanismi del nuovo Milan.
Poi sabato pomeriggio. Una giornata a velocità sostenuta, il vento ad accarezzare un volto fiero e sicuro di sé. Si sfrecciava con i tifosi in festante attesa a fare da battistrada ad un rettilineo che andava verso un traguardo capeggiato da una scritta: rivincita!
E invece, solita “manovra falsa“, immancabile distrazione e alle 18.05 lo schianto! Dalle 20 di sabato, tutti i sintomi avvertiti dall’ambiente Milan sono tipici del PSTD, stress post traumatico. Qualsiasi “abitante” del mondo Milan ha sicuramente avvertito difficoltà al controllo delle emozioni, irritabilità, rabbia improvvisa o confusione emotiva, depressione e ansia, insonnia. Sintomi che proiettati sul rettangolo di gioco avrebbero potuto minare pesantemente la sicurezze acquisite dopo mesi di lavoro.
Il match contro il Newcastle non ha portato quella vittoria sperata e che sicuramente sarebbe stata ampiamente meritata. Ha regalato il classico “bicchiere mezzo pieno”. Non entrando nel merito delle prestazioni dei singoli, la squadra, concetto vitale per il proseguo della stagione post trauma, ha dato delle risposte più che positive visto il momento e il clima che aleggiava. Squadra propositiva, dominante, fertile nella produzione ma, aimè, sterile nella realizzazione. I Magpies non squadra modesta ma resa tale da un Milan espressione di un calcio superiore.
Un bicchiere mezzo pieno se si pensa al weekend horror; certamente un brodino se si pensa alle aspettative e i numeri prodotti nel corso del match. Allora come riempire l’altra metà del bicchiere? Sicuramente importante è la fiducia nel lavoro fin qui svolto senza eccedere in analisi tranchant su limiti e (in)competenze varie che hanno come unica risultante un avvelenamento dei pozzi inutile a metà settembre.
A colmare il bicchiere la figura di Zlatan Ibrahimovic. La sua presenza a Milanello alla vigilia del debutto in Champions e soprattutto dopo il derby, è stata una scarica di elettricità per tutto l’ambiente. Che la voglia di ritornare nella famiglia Milan dopo il suo addio al calcio, non è un segreto per Zlatan e a Casa Milan. Il corteggiamento dell’AD Giorgio Furlani è costante, l’incontro con il patron Gerry Cardinale e la sua presenza a San Siro è un chiaro segnale che quella che sembrava una suggestione, potrebbe tramutarsi in realtà.
Ibra nello staff di Stefano Pioli o in ufficio a Casa Milan, sarebbe il perfetto acceleratore di quel percorso di crescita da tutti auspicato di un gruppo dai valori tecnici e umani importanti e di prospettiva. Zlatan e fiducia, i due ingredienti per fare del brodino una succulenta pietanza.

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