Paolo Maldini rompe il silenzio e torna a parlare della sua avventura al Milan. L’ex dirigente rossonero, intervistato da Alessandro Alciato, si è confidato ai microfoni di Radio TV Serie A. L’ultima volta che Maldini tornò a parlare del suo passato fu 5 mesi fa, quando nei confronti della proprietà rossonera aveva affermato: “Adesso comdandate voi, ma per favore rispettate la storia del Milan“.
Queste le dichiarazioni dell’ex leggenda del club rossonero attraverso la radio ufficiale della Lega Serie A;
Sul presente: “Dopo 5 anni intensi lo sto vivendo bene, ho dovuto abituarmi ad un ritmo diverso, come nel 2009 quando ho smesso“
Sul Milan: “Il Milan era presente prima che io nascessi con mio papà. Il calcio è stato presente, il Milan inanzitutto è la squadra della mia città e l’ambiente in cui sono cresciuto. È qualcosa che va aldilà del tifo e del lavoro, è estrema passione. Sarà sempre così, il rapporto va oltre il lavoro”
Su cosa significa essere milanista: “Noi abbiamo un passato glorioso, con anche delle cadute ma siamo stati maestri a rialzarci“
Sulle sue vittorie: “Recentemente ho allestito le medaglie che avevo nei cassetti. Il primo anno di Serie A avevo collezionato tante maglie poi non so perché ho smesso, avevo 17 anni. Ho visto che le cose andavano bene ed ho iniziato a regalare cimeli“
“Mi considero quello che sono, faccio la mia vita basandomi sulla fortuna che ho avuto grazie alla famiglia ed alle persone che ho conosicuto. Sarò sempre riconoscenti agli ambienti come il Milan. Anche questa ultima vita da dirigente mi ha insegnato nuove cose che non conoscevo. Tornando indietro alcune cose che avevo dichiarato da calciatore le cancellerei, da dirigente si vedono tante cose di cui tenere conto”
Sul sentirsi custode del milanismo: “Questo non lo so, ma il Milan mi ha insegnato tanto sui principi, va aldilà del risultato. Si parla di una storia ultracentenaria, va rispettata”
Su Daniel Maldini e la pressione: “La sua è stata una scelta libera, loro (Christian ed il figlio Daniel ndr) erano innamorati di questo sport. È successo a lui quello che è successo a me, avere un papà ingombrante. Lui sapeva a cosa sarebbe andato incontro. Se avessi potuto dargli degli anni più sereni lo avrei fatto. Lo sport però è democratico, va avanti chi ha dei valori. La pressione deve essere uno stimolo, soprattutto oggi con i social“

Sulle responsabilità di essere Maldini: “Non sento questa cosa, quando sei all’interno della società il ruolo te lo impone, ma quando sono in giro sono Paolo. La gente negli anni ti apprezza anche come persona non solo come giocatore. Il calcio insegna ad avere disciplina ed obiettivi, capire chi vuoi essere, è importante nella vita di un uomo”
Sul suo passato da ‘tifoso juventino’: “Mi piaceva il calcio, sapevo del passato di mio papà. Essendo tifoso della nazionale, ho visto quella del ’78 che era praticamente la Juventus e quindi mi sono appassionato a quei giocatori. Ho seguito lun po’ a Juve, ma nel ’78 ho fatto il provino al Milan e le cose sono tornate come dovevano essere”
Sul rapporto con la città di Milano: “È una città che va scoperta piano piano, ma una volta che ci vivi inizi a scoprirla e ti fa innamorare. Sono una persona discreta e vedo in Milano tante cose in cui siamo simili: il fatto di essere riservato, la discrezione, mi ci rispecchio. A Milano ho avuto la famiglia ed ho trovato la possibilità di giocare in una squadra che aveva le mie stesse ambizioni. Se non fosse arrivato il presidente Berlusconi magari il mio futuro sarebbe stato altrove”
Sul provino col Milan: “Mi ricordo tutto bene, mio papà mi ha accompagnato. C’era un fotografo, un certo tipo di attenzione. Io non avevo mai giocato ad 11 e mi cheisero che ruolo facessi, ma non lo sapevo. Ho chiesto cosa ci fosse a disposizione accettando ala destra. Un allenatore si avvicinò e mi fece firmare un cartellino che mi legò al Milan per moltissimi anni“
“Ho fatto i primi 3 anni da ala, a 14 anni sono passato a terzino destra e poi a 15 anni con la prima squadra ho fatto un’amichevole e a 16 convocato con Liedholm insieme ad altri ragazzi della primavera. Da lì è iniziata la mia avventura. Quel provino è l’inizio della mia storia col Mila, fino a quel momento ero legato al Milan solo per mio padre. Da lì è iniziata la mia storia. Mi piaceva giocare da ala destra, credo sia utile da giovane sviluppare più ruoli”
“Giocare in strada ed oratorio è stato una fortuna. Ogni singolo rimbalzo del pallone ha sviluppato in me la conoscenza delle traiettorie del pallone. Il timing che avevo della palla è determinato da tutte queste esperienze”
Sul lavoro oggi delle scuole calcio: “C’è tempo per imparare la tattica, meno per la tecnica. Se non si sviluppa in quegli anni poi si fa fatica, la tattica ha un’evoluzione continua”

Sull’esordio con il Milan contro l’Udinese: ” ‘Malda entri’ mi disse Liedholm, mi chiese dove volessi giocare, sono entrato a destra. Esordio su un campo bruttissimo, ma per me era un sogno. Ogni tanto ci penso. Sono legato moralmente dentro di me alle relazioni con le persone, ma anche ai momenti di vittorie e sconfitte. Liedholm mi ha insegnato a giocare a calcio con una visione moderna. Una volta mi disse ‘ricordati che ti devi sempre divertire’, a volte questa cosa si dimentica”
Su ciò che la carriera gli ha tolto: “Mi ha tolto magari un pezzo di gioventù quando non uscivo mai, ma lì è iniziata la mia disciplina e l’idea del sacrificio. È la cosa più bella che mi sia successa, non si può dire che il calcio mi abbia tolto. Una cosa che mi ha tolto è la mia abilità fisica, finito a 41 anni sono risuciuto a giocare per 3 anni qualche partita con le Legends, ma ora è impossibile per me correre. Ogni tanto gioco a tennis, non so come“
Su Belusconi: “Belrusconi ha portato un’idea moderna non solo del calcio ma del mondo. Mi ricordo benissimo il primo discorso, voleva giocassimo il miglior calcio del mondo e che presto saremmo diventati campioni del mondo. Cosa che faceva un po’ sorridere, ma dall’anno dopo è cambiato tutto, dalle strutture al fatto di prendere un allenatore diverso“
“C’è sempre tanta diffidenza per l’imprenditore che entra nel calcio, è stato forse più difficile quando ha preso Sacchi seguirlo, era uno starvolgimento calcistico. Tutto il resto era fatto per farci crescere. Sacchi ha stravolto la nostra idea di come allenarsi e giocare. Era una allenatore che non aveva fatto molto quindi creava qualche dubbio, quando abbiamo capito i vantaggi abbiamo iniziato a volare”
“Di Berlusconi mi piaceva l’idea di giocare bene, vincere e rispettare l’avversario. Diceva che ‘quando non vince il Milan gli fa piacere che vinca l’Inter’ ci credeva veramente. La sua idea di onestà e di sacrificio e il complimentarsi con l’avversario è stato di grande insegnamento”
Sul rapporto con Berlusconi negli ultimi anni: “Non si è deteriorato il rapporto, c’è stata qualche battuta. Lui mi diceva sempre che era un secondo padre. Il rapporto non si è mai deteriorato. Ad un ultimo pranzo con lui e Galliani ad Arcore li ho ringraziati. Poco prima della sua morte mi ha chiamato perché voleva fare degli scambi tra giocatori, mi parlava dei suoi giocatori che conosceva benissimo. Il calcio lo ha accompagnato fino all’ultimo momento, lo ha vissuto come passione e questo si trasmette“
Su Sacchi: “Quando arrivò ci siamo messi a disposizione ma era durissima. Sono andato in overtraining per mesi, fisicamente non stavo bene. Era una cosa da calibrare. C’erano un sacco di alti e bassi, la diffidenza era dovuta ad una sensazione fisica, poi è arrivato l’adattamento a quel tipo di lavoro. Io spesso arrivavo al venerdiì e mi chiedevo come avrei fatto a giocare la domenica. Questo però ha alzato il livello, è stato un bene per tutti. Lo abbiamo capito dopo un mese e mezzo dopo la vittoria a Verona. Non c’era nessuna corrente contro di lui, era solo duro adattarsi a quel tipo di idee“
Sulla fine del rapporto con Sacchi: “Quando trovi un allenatore così esigente ed ossessionato è un prodotto che ha una scadenza, ti consumi facilmente“
Su Capello: “Era un uomo di campo. Dava piccoli esempi sempre, che mi formavano come calciatore. Cose che lui aveva provato nella sua pelle, era una persona molto pratica. Ha proseguito sul lavoro di Sacchi rallentando sui ritmi in allenamento. La sua squadra era la più forte, avevamo 25 giocatori di altissimo livello. Ha aggiunto praticità al lavoro di Sacchi. Liedholm-Sacchi-Capello è stata la sequenza perfetta per la mia evoluzione personale“
Sulla fascia da capitano: “Era il 1997, avevo 29 anni ed ero già capitano della nazionale, mi ero abituato a quel ruolo. Farlo nel Milan era diverso, le responsabilità erano ampie. Non ero uno che parlava tanto, è il mio carattere. Naturalmente poi certi ruol impongono certe cose“
Sulla coppa più bella: “La prima è indimenticabile, è difficile però deciderne una. Sono distribuite in 20 anni, questa è la fortuna. Quella di Manchester arriva 9 anni dopo l’ultima, forse è stata quella più ambita perché ero diventato capitano”
Su Ancelotti: “Il rapporto è stato naturale, lo chiamavo a volte Carlo a volte mister. Non c’era bisogno di dire tante cose. Si pensa sempre che Carlo sia tranquillo, la sua è una maschera. Prima delle partite era teso ma mi diceva che guardandomi si rilassava. Giocavamo a trasmetterci calma”
Il giocatore più forte con cui ha giocato: “Baresi era un giocatore pazzesco come forza morale e difensiva. Ho avuto la fortuna di giocare con Van Basten che è stato un giocatore incredibile. Se penso a Ronaldinho e Ronaldo tecnicamente erano fortissimi. Ronaldo quando era all’Inter era molto dura marcarlo, non si fermava mai. Le regole permettevano di usare più il fisico, ma anche lui usava il fisico“
Su un no difficile da pronunciare: “Ci sono stati momenti delicati all’interno del club, c’era amarezza da parte mia ma non c’è mai stata l’idea di andare via. No al Real Madrid? Non c’era niente di meglio del Milan”
Sul non aver mai vinto il pallone d’oro: “Era un premio individuale, non fa parte degli obiettivi che mi ero messo. Per me non è la certificazione del miglior giovatore, è una cosa giornalistica“
Su Istanbul: “È una ferita chiusa, dopo Istanbul c’è sempre Atene… Il calcio insegna un sacco di cose“
Sul non aver giocato il mondiale del 2006: “Ne ho giocati 4, facevo già a fatica il doppio impegno campionato coppa, volevo preservare il fisico per li ultimi anni. Magari se ci fossi stato io non avremmo vinto…“
“Decisione di fare il dirigente? L’ho deciso quando mi hanno chiamato. Avevo capito che non volevo fare l’allenatore e lavorare in tv. Quando quest’opportunità è arrivata con Leonardo avevamo stessi principi. Ho accettato inanzitutto perché era il Milan, poi perché in tutti questi anni ho imparato tante cose da insegnare“
Sulla scelta di stare solo al Milan o in Nazionale: “È una regola che vale per l’Italia, non ce la farei a vedermi in un club diverso dal Milan. PSG? Ho parlato col presidente, c’era questa possibilità ma la cosa non è andata avanti. Pensandoci adesso è stato in bene, sarebbe stato un fallimento probabilmente. I miei primi 10 mesi di apprendimento al Milan sono stati da apprendimento. Leonardo rideva, mi diceva che non mi rendevo conto del mio impatto“
“Non vado più allo stadio a vedere il Milan, mi sembra logico. Però lo seguo”
“Sono legato a tutti i giocatori. Abbiamo creato un sacco di relazioni con loro, quando vedo la fascia sinistra del Milan è uno spettacolo”
Sullo scudetto dell’Inter: “Ha una struttura sportiva gratificata con contratti a lunga scadenza. Non è un caso che il Napoli sia andato male dopo che sono andati via direttore sportivo ed allenatore. I calciatori hanno bisogno di supporto e di qualcuno che dica le cose come stanno, sono ragazzi giovani“
“Il grande passato da calciatore non da per forza un grande presente da dirigente, finchè non si prova non si sa. Quando mi hanno chiamato ho chiesto se fossero sicuro…“
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