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Il Milan è “Confusione e imbarazzo” altro che “Vision and mission”. Capi d’accusa e imputati

Parliamoci chiaro. Dare sentenze al 28 di agosto è alquanto prematuro. Pur dopo due prestazioni sciagurate messe insieme dal primo Milan di Paolo Fonseca contro Torino e Parma. Seppur un inizio horror così non è una novità assoluta per i rossoneri. Nella stagione 2010/11 il Milan di Allegri, con lo scudetto sul petto, portò a casa un misero punto al termine dei primi 180 minuti di campionato. Anche allora fu un 2-2 in rimonta (da 0-2 a 2-2) contro la Lazio a segnare il debutto a San Siro. Pareggio che ha preceduto di una settimana la pesante sconfitta per 3-1 a Napoli nel turno successivo.

Peggio fece il Milan di Ancelotti all’esordio del campionato 2008/09. Un inizio che spense gli entusiasmi estivi per l’arrivo di Ronaldinho e il ritorno di Shevchenko. Due sconfitte consecutive contro Bologna e Genoa e zero punti in classifica a certificare il peggior avvio di sempre nella storia del club. Unica magra consolazione è che in entrambi i campionati il Milan, pur non vincendo nulla, concluse le stagioni al secondo posto. Questo tuffo nel passato non vuole minimamente essere un tentativo stucchevole per tranquillizzare un ambiente abbondantemente sconsolato e forse già spazientito vista la diffidenza che ha accompagnato questo nuovo corso.

Nelle stagioni sopra citate era comunque tutt’altro Milan in termini di esperienza, personalità in campo e in panchina. E soprattutto nella stanza dei bottoni ubicata al civico tre di Via Turati. Ed è questo il punto. Siamo sicuri che il “team di lavoro” orgogliosamente pubblicizzato, con Zlatan Ibrahimovic frontman RedBird e garante rossonero sia davvero all’altezza del compito assegnatogli?

Siamo al secondo anno di un progetto iniziato con una rivoluzione tecnica la scorsa estate e proseguito con i quattro puntelli in questa sessione di mercato. Non c’è il minimo dubbio sulla qualità della rosa allestita. Ma il punto è proprio questo. Chi sa di calcio e vive nel calcio da sempre, in più se si è portavoce di un club glorioso e ricco di fascino come il Milan, non hai difficoltà a riconoscere la qualità oggettiva di un calciatore. La differenza tra un conoscitore sopraffino e un gruppo dirigenziale di livello sta nella capacità di sintesi tra le qualità tecniche e umane (vedi personalità per calcare determinati palcoscenici) di un calciatore e la sua reale centratura in un progetto tattico sostenibile.

Bella la “Vision and mission” di un Milan dominante nel gioco e protagonista di un calcio offensivo. Ma se vieni da una stagione dove il tuo “team di lavoro” aveva allestito una squadra deficitaria nell’equilibrio, incapace ad approcciare le partite con la giusta mentalità, umorale e gravemente carente in personalità, come minimo lasci nel cassetto ambizioni vacue e inattuabili nell’immediato. E mettici la gravi falle lasciate nel corso della pur opulenta rivoluzione di mercato della stagione scorsa per capire che quest’anno non poteva e non doveva iniziare all’insegna degli slogan social.

Non può bastare carattere e personalità dell’ottimo Pavlovic per risolvere il problema. Oppure l’acquisto della diga Fofana per pensare di poter proteggere la difesa e lasciare i restanti 7/8 andare all’arma bianca in attacco. La risposta che risuona come umiliazione è arrivata proprio sabato dal man of the match Cancellieri: “Ci siamo divertiti”. A questo aggiungiamo la confusione in campo dichiarata alla dogana nel post partita da Musah per avere un quadro che ha dell’inquietante. Sembra che chiunque affronti i rossoneri lo faccia con piacere perché già sa che potrà usufruire di ampie voragini che per loro significano “figurone assicurato”.

Per il secondo anno consecutivo si sta consegnando alla stagione una rosa gravemente incompleta. Dal vice Theo all’ignorare l’assenza di un secondo centrocampista alla Fofana per reggere un’idea di gioco fin troppo offensiva. Fino al perseverare dell’errore di accontentarsi di Jovic e l’adattato Okafor come alternativa alla punta titolare Morata. Come se non fosse bastato l’apporto insufficiente dei due nella passata stagione. Le loro prestazioni in queste prime due di campionato ormai non stupiscono più. Avviliscono.

Adesso però il refrain modaiolo è: “Attingeremo dal Milan Futuro”. Frase che sa di alibi o poca concretezza e contezza del reale (con punte di presunzione) più che di progetto. Non a caso negli ultimi due week end calcistici si è preferito sperimentare Salemaekers terzino sinistro piuttosto che convocare il designato Jimenez. Stessa sorte per Camarda non partito per Parma vista l’indisponibilità di Morata. I giovani rossoneri sono rimasti agli ordini di Mister Bonera, com’è giusto che sia.

La sensazione è che si commettano sempre gli stessi errori, le stesse discutibili valutazioni che incidono su un progetto che faticosamente può essere letto come ambizioso. A questo non può passare sotto silenzio la continua indolenza e passività di coloro che dovrebbero essere leader e trascinatori di questa squadra. Forse perché questo club è stato abituato a ben altri campioni carismatici. Il campione si vede nei momenti di difficoltà della squadra, momenti in cui prova ad andar oltre anche un proprio limite per aiutare e stimolare il gruppo.

E poco importa se in alcuni momenti della stagione, più o meno lunghi, possa spaccare le partite. Per un campione questa rappresenta la prassi, la normalità. Inaccettabile vedere presunti leader, fuoriclasse nel postare frasi motivazionali sul senso di appartenenza sui social, ma ciondolanti, passivi e permalosi in campo. Il tempo dell’attesa è finito. Che piaccia o no a lor signori ma i leader, i campioni sono altra cosa.

In tutto questo c’è Mister Fonseca. All’uomo, al professionista va dato sempre il beneficio del tempo e del lavoro. Certo era semplicemente calcio estivo ma le trame interessanti, frutto del lavoro, si sono viste. E allora perché presentarsi con due formazioni fatte di esperimenti senza senso e tattica sciagurata?

Hanno il forte e fastidioso sapore della confusione le sue parole di sabato. Il suo “Difficile da spiegare” unito allo smarrimento dei calciatori in campo, ai continui scambi poco amichevoli con la panchina da parte di qualche protagonista in campo, fanno paura in vista del futuro. Anche il Napoli di Conte è uscito con le ossa rotte al debutto a Verona. Il 3-0 ha portato con se una valanga di critiche eppure dopo una settimana il lavoro del tecnico, la voglia del gruppo di ricompattarsi, si è vista eccome. Il peso specifico di un allenatore si vede proprio in questo.

Fonseca invece è riuscito nell’impresa di peggiorare la prestazione contro il Torino nell’atteggiamento e negli uomini che agli occhi di molti sembrano disorientati e sfiduciati. Diciamo che dell’uomo chiamato a risolvere le problematiche della passata stagione, supportato dai numeri sulle sue qualità nel costruire una squadra compatta, che subisce poco ed esprime un bel calcio, non si è vista nemmeno l’ombra.

Situazione migliorabile solo con un intervento, anche pubblico, della società a conferma di un tecnico del quale si condivide tutto e con il quale costruire presente e futuro. Vista l’aria che da qualche giorno tira a Milanello e dintorni. In più sarebbe opportuno fare delle scelte forti sui calciatori e richiamarli a dimostrare un attaccamento alla maglia vero, altrimenti si facciano da parte in attesa che fisico e mente ritornano ad allinearsi per il bene di tutti. Il tempo delle coccole, come è giusto che sia nel mondo degli adulti, è finito.

Questo se e solo se, al quarto piano di Casa Milan, siano stati e lo sono ancora convinti che la scelta di Paolo Fonseca sia stata ed è ad oggi la scelta migliore per qualità tecniche, umane, caratteriali e gestionali per questo Milan. Nell’attesa mi perdonerete se con i miei limitati occhi terreni non riesco a leggere sufficiente ambizione nel progetto declinato con il timing di questa strana e spocchiosa “Settimana da Dio”.

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