Una volta mi raccontarono la storia del Pistacchio Assassino, e ricordo che ne rimasi allibito. E poi è una bella storia perché a me piacciono quelle faccende con la morale degnamente implicita.
In pratica c’è questo Pistacchio Assassino, tutto basso e un po’ tarchiato, che in un giorno uccide quarantatré persone al centro commerciale e tutti sono sconvolti. Un mago del crimine, questo Pistacchio.
Allora dopo che ha ucciso centodiciassette persone, lo portano alla centrale per sbatterlo dentro dietro le sbarre, subito. Gli chiedono il nome, il cognome, la via di residenza, la data di nascità, la città di nascita, crimini precedenti, condizione sociale, salute, lavoro, sposato/figli, seconda residenza, entrate mensili. E tutto va per il meglio, con il Pistacchio Assassino che dà tutte le proprie generalità, normalmente.
Solo che poi il Pistacchio Assassino viene invitato a lasciare le proprie impronti digitali alla caserma, come fanno tutti i criminali. E qui nasce il problema per il Pistacchio.
Arrivato al bancone delle impronte digitali, il Pistacchio Assassino dice: “Io non posso proprio”.
Il poliziotto, un certo Sheraldo con una bellissima moglie di dodici anni più giovane e due figli di otto e sei anni, non ci sta: “E perché non puoi?”
Silenzio assoluto da parte del Pistacchio Assassino. Allora Sheraldo fa: “Dimmelo dimmelo dimmelo”
Allora il nostro Pistacchio Assassino, costretto da quei metodi così antiquati, finalmente ammette, dando del lei: “Non si è accorto che non me le avete nemmeno ammanettate le mani, signore?” E il poliziotto Sheraldo fa: “No. E perché no?” Il Pistacchio Assassino risponde: “I pistacchi non hanno le mani”.
“Ah sì?” E il Pistacchio aggiunge: “Già. Infatti non ci sono pistacchi che fanno gli scrittori o i piloti di aerei, in effetti”. E Sheraldo giunge ad una conclusione, finalmente: “Non ci avevo pensato. Prima vengo a dare una controllata, però”.
Allora siccome la polizia in America è proprio corrotta, la storia continua con Sheraldo che si porta il Pistacchio Assassino dentro casa e gli evita il carcere a vita. Gli fa conoscere la sua splendida famiglia, lo fa sedere sulla sua sedia a dondolo e poi gli dice: “Voglio cambiarti, Pistacchio. Voglio proprio cambiarti Pistacchio. Sento che tra noi può nascere una grande amicizia, Pistacchio. Ma voglio cambiarti, perché sei un Pistacchio Assassino e sento che posso cambiarti”.
E passarono i mesi e quell’estate, Sheraldo e il Pistacchio Assassino, in casa di Sheraldo, parlarono di tutte le bellissime cose della vita. Ma parlarono anche dell’importanza di avere una famiglia e degli impieghi fissi, delle torte al pistacchio, dell’egoismo di chi uccide le altre persone, della malignità dietro all’atto di compiere omicidi, dei bignè al pistacchio, della crudeltà di chi toglie di mezzo la gente ammazzandola e anche della vendita libera di armi, che semplifica il perfido lavoro dei killer, dei sicari, degli squali e degli assassini.
E, un giorno di fine agosto, dopo tante chiacchierate, Sheraldo e il Pistacchio Assassino si stavano ancora confrontando. E, Sheraldo, con la sua bellissima moglie di tredici anni più giovane ed i due figli di otto e sei anni, vedeva che il Pistacchio Assassino, ora, era come cambiato. Si vedeva. Era come se finalmente era riuscito a farlo cambiare, non so se mi spiego.
Allora Sheraldo, dall’alto della sua sedia a dondolo davanti la porta di casa, glielo dice al Pistacchio Assassino. Gli dice: “Benicio, finalmente ti vedo cambiato. Non sei più quello di prima…” Allora Benicio – quello era il suo nome -, il Pistacchio Assassino, gli dice: “No. In effetti… no. Sono proprio cambiato, vecchio Sheraldo”.
Ma Sheraldo insiste e non la finisce più, è come elettrizzato: “Non sei più quello di prima!” Il Pistacchio Assassino fa: “No, te l’ho detto, sono un uomo tutto nuovo“.
E Sheraldo è come impazzito con l’argomento e rincara la dose: “Non sei più… quello lì!” Allora Benicio fa. “No”, poi Sheraldo aggiunge: “Lo vedo che sei cambiato. Non sei più un Pistacchio Assassino!” “Assolutamente no”. Sheraldo: “Sei un bignè al pistacchio assassino!” Pistacchio: “E quindi?”
Sheraldo: “Quindi?” Il Pistacchio Assassino: “Quindi ora non sono più un Pistacchio Assassino monco”. Sheraldo: “Ah. E quindi?” Benicio il Pistacchio: “Quindi grazie, mi hai fatto diventare un Bignè Pistacchio assassino!” Sheraldo: “Ah…” Allora, al tempo, Benicio l’ex Pistacchio Assassino provvede ad eliminare dalla faccia della Terra, uno ad uno, ogni componente della famiglia di Benicio: dalla moglie bellissima a tutti i figli, fino al gatto Larry che comunque gli dava fastidio solo a guardarlo, per il semplice fatto che sarebbe rimasto come l’unico vivo. Finì un’ora dopo, e finalmente aggiunse altre persone alla lista delle sue quarantatré vittime. E deve essere ancora da qualche parte, chissà dove, a fare quello che sa fare meglio: il serial killer.
Passiamo alla morale totalmente moraleggiante, credetemi.
Questo per dire che a volte dentro casa tua o nel Milan puoi metterti un dottore, un domatore di elefanti, una ballerina di danza classica o un nuovo presidente del Milan. E loro possono stare pure mesi ad attendere, lì, con le loro decisioni che attendono. Ma poi loro hanno già deciso di cacciare Maldini e succederà, attendono solo il momento.
Solo che poi, almeno, dovrebbe essere tutto già organizzato. Il calciomercato del Milan, nei piani, non dovrebbe risentirne tantissimo se decisioni così, dopotutto, sono state prese chissà quanti mesi fa.
A volte d’estate mi fermo su un molo e penso. Penso, penso a quel Pistacchio Assassino, Benicio, il padre che mai trovammo, la guida interculturale che mai abbiamo incontrato, penso al Pistacchio Assassino come all’uomo simbolo che finalmente riesce a cambiare e muta, al di là delle proprie convinzioni. Penso a lui, a quest’uomo.
Che poi, se ci pensate, la trama del Pistacchio Assassino è un po’ uguale a quella di quel cesso di “Spiderman – No Way Home”, solo che finisce in maniera differente. Il Milan, tutto sommato, potrebbe avere una bella storia di mercato, invece, perché è tutto già organizzato da tempo. Da mesi.
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