Quando si parla di calcio, si deve parlare di calcio. A volte sembra che questa frase racchiuda l’essenza di quello che circonda il gioco più bello del mondo, ma non solo. Ricordate la giornalista che disse a LeBron di pensare a palleggiare e giocare a pallacanestro anziché interessarsi di questioni sociali in quanto sportivo? Piccolo reminder. Era il 2018 e alla presidenza degli Stati Uniti d’America c’era Donald Trump. Intervistato, “The Chosen One” aveva espresso pareri poco edificanti nei confronti del magnate americano, criticandone apertamente la politica, con riferimenti al razzismo.
Una giornalista di Fox News, in tutta risposta, disse esplicitamente a LeBron e più in generale al mondo degli sportivi di pensare a palleggiare, rimanendo in silenzio. Concentratevi sul vostro, non parlate di cose che non vi competono. Come se la realtà che ci circonda non dovesse interessarci. Ecco. Purtroppo il mondo del pallone e dello sport in generale è ammantato da problemi di qualsiasi tipo. Uno dei più gravosi, tuttavia, è quello del razzismo. Perché bisogna rimanere zitti?
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L’ultimo caso risale a domenica sera, quando durante Inter-Napoli Francesco Acerbi ha insultato pesantemente Juan Jesus, come prontamente denunciato dal calciatore del Napoli. La storia è ormai ben nota. Una storia che sembrava essersi chiusa nel post-partita ma che è stata violentemente riaperta dallo stesso protagonista principale, il villain della situazione sgradevole creatasi sul prato verde della Scala del Calcio. Il difensore partenopeo aveva persino accettato le scuse del difensore nerazzurro. Acerbi è andato oltre, però ha riconosciuto i suoi errori, va bene così. Gli altri hanno fatto eco. Sono cose che rimangono in campo e si va avanti. Proprio qui inizia la parte più grave. Per quale motivo dovrebbe rimanere in campo?
Il giorno dopo, ieri, la situazione precipita e si complica. Acerbi risponde alla chiamata della Nazionale, arriva a Roma. Dopo un colloquio con Spalletti e la federazione Acerbi torna indietro, a Milano. L’Inter, nel frattempo, non prende una posizione vera e propria, limitandosi a pubblicare un comunicato in cui specifica che si sarebbe riservata il diritto di avere un confronto con il ragazzo. Rientrato alla stazione centrale di Milano, tuttavia, l’ex difensore della Lazio, anziché rimediare al suo autogol, ne fa un altro.
Incalzato dalle domande dei giornalisti, Acerbi rivela di non aver detto alcuna frase di stampo razzista. Non lo ha mai fatto nel corso della sua carriera, perché avrebbe dovuto? Quindi, in poche parole, nega di aver pronunciato parole di cui in campo si era precedentemente scusato. Un controsenso. La risposta di Juan Jesus non tarda ad arrivare e in serata pubblica un post sui propri social nel quale ribadisce l’accaduto, specificando che l’ex biancoceleste, durante la partita, si è giustificato dicendo che per lui è un insulto come un altro. Insomma, c’è parecchia carne al fuoco. Nei prossimi giorni si saprà meglio cos’è accaduto e quali saranno le conseguenze.
Quello che più rattrista è il fatto che nel 2024 si sia ancora obbligati a parlare di certi argomenti. Il razzismo è una malattia cronica, a quanto pare più difficile da estirpare di quanto sembri. Non è il primo caso in questa stagione. Un paio di mesi fa, a Udine, tutti ricordano benissimo quanto successo a Maignan nel corso del primo tempo. Ululati e insulti razzisti rivolti al portiere francese che lo hanno spinto a lasciare il terreno di gioco, salvo poi tornare e vincere la partita nel recupero. Oltre al razzismo c’è una grandissima componente di ignoranza. Basta pensare a cosa dice Acerbi a Juan Jesus dopo averlo insultato, ritenendolo, appunto, un epiteto come un altro. C’è un grave problema di fondo e ne siamo tutti consapevoli, oltre che colpevoli.
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