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Zaccheroni: “Quando mi diedero del comunista, Berlusconi disse…”

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L’ex storico tecnico del Milan, Alberto Zaccheroni, ospite del ‘Legendary Coach’ al Festival della Serie A di Parma, ha svelato alcuni retroscena di quando era allenatore, con particolare focus sulla panchina rossonera. Queste le sue parole:

“Mi è sempre piaciuto fare l’allenatore. Giocavo con le figurine quando avevo 9-10 anni, le mettevo in campo e cambiavo ruolo. Poi, per caso, ho iniziato. Non avevo tempo per allenarmi avendo un albergo. Al campo sportivo c’erano due amici che allenavano i bambini, hanno litigato e uno dei due ha mollato. L’altro era il panettiere dell’albergo, mi ha chiesto di dargli una mano. È stata una malattia da lì in poi”.

“Le uniche squadre – prosegue Zaccheroni – che ho allenato in A dall’inizio sono Udinese e Milan. Dopo non ho più allenato dall’inizio: io dico che c’è sempre un perché se succedono le cose. Sono arrivato al Milan che ero etichettato come Zac il comunista. Al governo c’era Berlusconi, i media hanno indagato sulla mia vita e i miei compaesani dissero che avevo una cognata comunista”.

È vero che Berlusconi le ha chiesto di indire una conferenza stampa per smentire tale fatto?
“Me l’ha chiesto il presidente. Gli ho detto che mi aveva allenato per fare l’allenatore di calcio, per cercare di migliorare le prestazioni della squadra, non per parlare di politica. Siamo partiti male: è difficile fare bene quando parti male. Infatti abbiamo chiuso male, malissmo”.

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Silvio Berlusconi, ex presidente del Milan

Galliani voleva rinnovarle il contratto?
“No, è stata una decisione del presidente: di notte mi ha chiamato e mi ha detto che voleva cambiare. Fui etichettato come un tecnico del 3-4-3 e poi, nelle successive squadre, mi chiesero sempre quando avremmo iniziato a giocare con questo modulo. Io devo capire i giocatori che ho a disposizione: dissi a Maldini semplicemente che non volevo vederlo più nella metà campo avversaria. A Costacurta dissi che non lo volevo vedere troppo indietro, non si girava più bene. Non ho inventato niente, gli ho ridotto il campo d’azione chiedendo qualità e non quantità”.

Sul rapporto con Galliani:
“Io e Adriano non abbiamo mai parlato di calcio, ci tengo a precisarlo. Non ho mai fatto campagna acquisti, io mi limitavo a dare pareri: Berlusconi mi chiese di andare a vedere Shevchenko contro l’Arsenal. Venne con me il mio assistente, vedemmo la partita, tornammo a casa, presentai una relazione scritta e dettagliata: in fondo gli scrissi ‘da prendere’, in stampatello subito, sottolineato cinque volte. Non so se sia stato un affare a livello economico, a livello sportivo sì. Mi chiama papà oggi: solo lui e Stankovic mi chiamano così, li considero dei figli”.

Lo Scudetto vinto nel 1999 fu sottovalutato?
“È colpa mia forse. Io non sono mai stato mediatico, non ho mai cercato le prime pagine, non davamo mai la formazione ai media: il telefono suona, non la davo mai. Qualcuno ha pensato che ci fosse un giornalista con cui spesso ci trovavamo allo stesso ristorante: Marco Treves, indovinava la formazione. Ma io devo gestire i giocatori, non i giornalisti. E non ho mai avuto tanto spazio mediatico perché non mi premeva”.

Com’era Weah?
“Sempre goliardico e positivo. Poche parole, ma giuste, col tono di voce giusto. Era un compagnone, io gli volevo un bene infinito e gliene voglio tutt’ora. È chiaro che gli ha dato fastidio l’arrivo di Bierhoff: il ruolo era quello e lui non aveva più l’energia di poter gestire uno spazio più ampio con qualità. Si erano assottigliate le gambe”.

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