Marcio Amoroso torna a parlare della sua esperienza al Milan e lo fa con il tono di chi, nonostante tutto, conserva orgoglio e gratitudine. L’ex attaccante brasiliano ha ripercorso quei mesi in rossonero, vissuti tra aspettative, panchina e un sogno chiamato Champions League.
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Un sogno che si avvera
“Era l’inverno del 2006, prima del Mondiale in Germania. Essere chiamato dal Milan è stato un orgoglio: sognavo di indossare quella maglia”. Amoroso non nasconde l’emozione di quell’arrivo a Milanello. Cresciuto guardando i gol di Van Basten e le magie di Savicevic, vestire il rossonero rappresentava un punto d’arrivo più che una semplice tappa di carriera.
Il suo ruolo era chiaro fin dall’inizio: “Galliani con me era stato chiaro. ‘Vieni, ci serve una quarta punta’. Accettai con entusiasmo”. Davanti a lui c’erano gerarchie ben definite e una concorrenza pesantissima.
Poco spazio, ma massimo impegno
In campo, però, lo spazio fu ridotto al minimo. “Ho giocato poco? Pazienza, ero al Milan”. Amoroso racconta senza rancore quei mesi complicati, segnati dalla presenza di attaccanti come Shevchenko, Inzaghi e Gilardino, preferiti da Ancelotti.

“Mi sarebbe piaciuto, forse, avere un po’ più di spazio in quei mesi. Perché mi allenavo sempre al massimo, ma non venivo considerato”. Parole che raccontano la frustrazione di chi sente di poter dare qualcosa in più, ma accetta comunque le scelte tecniche.
Quel rigore che vale la Champions
Un momento, però, resta inciso nella sua esperienza rossonera: “Segnai io il rigore che mandò la squadra in Champions, 2-1 contro la Roma di Spalletti”. Un episodio decisivo, spesso dimenticato, che Amoroso rivendica con orgoglio.
Resta l’amaro per il futuro: “Mi spiace non essere stato considerato per la rosa dell’anno dopo che la coppa poi l’ha vinta”.
Inzaghi, una calamita per il gol
Infine, il brasiliano svela chi lo ha impressionato di più. Se Bierhoff resta imbattibile nel gioco aereo, su Pippo Inzaghi il giudizio è netto: “Non gli davi una lira eppure era una sentenza. Aveva un’attrazione magnetica per il pallone”.
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