Oggi si è svolta la conferenza stampa di Massimiliano Allegri alla vigilia della partita di campionato contro il Verona.
Si è parlato del momento della squadra e degli obiettivi stagionali.
Focus soprattutto sulla corsa alla Champions e sul futuro del Mister.
Di seguito le sue parole.
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La partita di domani?
“Domani scendiamo in campo dopo le ultime due sconfitte e un periodo in cui abbiamo faticato a segnare: nelle ultime quattro gare, infatti, siamo rimasti a secco in tre occasioni. È una sfida importante perché dobbiamo tornare alla vittoria contro una squadra pericolosa in ripartenza e ancora molto competitiva. Serve una prestazione di squadra.
Durante una stagione un momento complicato può capitare, ma va affrontato con calma e organizzazione: contro l’Udinese, infatti, siamo stati poco ordinati. Mancano sei partite e quella di domani è fondamentale per il nostro obiettivo. Dobbiamo solo giocare con serenità, compattezza e grande ordine di squadra.”
Le hanno fatto piacere le voci di Gabbia? Ne ha parlato con i giocatori?
“Mi hanno fatto sicuramente molto piacere. Credo che siamo arrivati fin qui tutti insieme, a partire dai giocatori: io al massimo posso sbagliare qualche volta, ma il percorso è condiviso. La società è sempre stata presente, ieri era con noi anche Furlani a pranzo.
A settembre nessuno parla di obiettivi, poi a marzo li vedi lì davanti e vorresti raggiungerli subito, ma serve procedere passo dopo passo, restando ordinati e sereni. Una squadra che resta imbattuta per 24 partite dimostra di avere grandi valori sia tecnici che morali. In più abbiamo recuperato tutti i giocatori e, per questo finale di stagione, l’obiettivo collettivo deve venire prima di quelli individuali.”
I fischi a Leao?
“Sicuramente a Leao i fischi possono essere serviti: ha capito che nella carriera non tutto va sempre come si vorrebbe. Sono convinto che avrà una reazione importante e positiva. Ha lavorato bene in settimana, così come tutto il gruppo. Credo che anche gli attaccanti torneranno presto a segnare.
La squadra, però, deve tornare ad affrontare le partite con maggiore ordine. Contro l’Udinese non siamo mai riusciti a restare compatti in fase difensiva: siamo stati troppo disorganizzati per tutta la gara.”
La sua permanenza è legata a quella dei grandi giocatori della rosa, come Maignan?
“Questo io non lo so. In questo momento l’unica cosa che conta è concentrare tutte le energie sull’obiettivo finale: società, calciatori, allenatore e staff, tutti lavoriamo per il club. Al di sopra di tutto c’è sempre il Milan. Nel corso della storia sono cambiati dirigenti, presidenti e giocatori, ma ciò che resta è sempre il club.
Ognuno di noi deve lavorare per il bene della società. Io sono sempre stato molto legato ai miei ragazzi: per me sono tutti i migliori. Devono essere sostenuti e, allo stesso tempo, loro devono sostenere me, come hanno sempre fatto. La società ha lavorato bene in estate, abbiamo una rosa di ottimi giocatori e qualcuno anche straordinario: è una base importante. Per rafforzarla dobbiamo raggiungere la Champions. Gli step sono due: prima la qualificazione e poi la programmazione del futuro.”
Le inseguitrici possono arrivare?
“Prima di tutto bisogna pensare a vincere. Ieri il Como non ha ottenuto il risultato pieno, ma ci sono comunque Juventus a tre punti e Roma a sei. Con 63 punti non basta per entrare in Champions. Ora dobbiamo concentrarci sulla partita di Verona: una volta giocata quella, penseremo alla Juventus e poi al Sassuolo.”
Potrebbe lasciare il Milan o andare in Nazionale?
“In queste settimane parlano tutti. Gli unici che non parlano sono i miei amici che stanno a Livorno, ma è normale. Ogni anno si arriva a questo periodo e si dice che uno va di qua e uno va di là: il calcio è anche questo.
Nel calcio può succedere di tutto, anche durante le partite. Quello che conta è sempre il risultato finale, che arriva attraverso le prestazioni. In questo momento l’obiettivo è chiaro.
La mia storia da allenatore parla da sola: sono stato 4 anni al Milan, 8 anni alla Juventus e poi sono tornato al Milan. Non sono mai stato uno abituato a grandi cambiamenti. Mi piace lavorare in un club che è un’azienda, da gestire come tale: deve essere competitivo ma anche sostenibile. Per farlo non si può fare tutto subito, serve programmare, analizzare gli errori e continuare a lavorare.”
Cosa deve fare il Milan per crescere?
“Una società di calcio deve essere al tempo stesso competitiva e sostenibile, ma tutto ruota sempre attorno al risultato. È semplice: se ottieni risultati, anche il club diventa più forte. Il brand Milan è tra i più importanti al mondo, però dipende sempre da ciò che fai in campo.
Abbiamo la responsabilità di riportare il Milan in Europa, perché senza quella posizione diventa difficile sviluppare la società in altri modi. Tutto passa dai risultati: quando si perde, per una settimana c’è amarezza, e immagina cosa significhi per un club quando non raggiunge gli obiettivi stagionali.”
La società invece?
“La forza di un club, e quindi anche della squadra, sta nel saper riconoscere i propri limiti e lavorarci sopra. Solo così si possono ottenere risultati migliori. Da anni in Champions si vede spesso che le semifinaliste coincidono con le squadre che hanno anche i fatturati più alti.
Quando non hai le stesse risorse economiche degli altri, devi avere una strategia precisa e trasformare certi limiti in punti di forza. È quello che è successo anche nelle 24 partite della squadra, dove il lavoro sui dettagli ha fatto diventare alcune difficoltà un vantaggio.
Il margine d’errore è più basso rispetto a chi può investire molto di più. Per questo non bisogna farsi trascinare dagli eventi né pensare di vincere la Champions in due anni: l’ambizione c’è, ma bisogna restare dentro la realtà dei fatti.”
La visita di Furlani, cosa vi siete detti?
“Sono incontri normali, come quelli fatti anche in sede un paio di giorni fa, in cui si analizza l’annata e si capisce cosa ha funzionato e cosa no. Poi questi discorsi più approfonditi verranno affrontati quando avremo raggiunto l’obiettivo, che potrebbe arrivare anche all’ultima giornata.
È importante vincere, ma se non dovesse accadere non significa automaticamente restare fuori dalla Champions. A pranzo si parla della situazione e, dopo tre sconfitte nelle ultime quattro partite, è normale porsi delle domande.
La squadra però ha lavorato bene durante la settimana. In momenti così si rischia di perdere alcune certezze costruite, ma questo non deve succedere.”
Perché non dice ai tifosi che lei vuole restare e rimanere l’allenatore del Milan?
“L’ho già detto prima: la mia storia parla chiaro, ho lavorato tanti anni tra Milano e Torino in grandi società con dirigenti importanti. Ora però il focus è uno solo: raggiungere la Champions.
Poi si potrà parlare di futuro, anche se in realtà la programmazione è già iniziata da tempo con i cambiamenti in rosa. All’inizio c’era il sogno di competere con l’Inter, ma senza perdere di vista l’obiettivo principale.
Io sono legato al Milan, ma prima di tutto bisogna arrivare al risultato sportivo. Solo dopo si può ragionare sul resto.”
Sul calciomercato e i vari colpi a zero, come Lewandoski?
“Il mercato lo gestisce la società. Io posso dare indicazioni sulle caratteristiche dei giocatori, poi ci sono Tare, Furlani, Moncada e anche Ibrahimović con i suoi consigli tecnici che lavorano sulle scelte.
In questo momento però non ha senso parlarne, perché l’attenzione deve restare sull’obiettivo stagionale. Abbiamo comunque una rosa valida e ne sono soddisfatto: le valutazioni si faranno a fine anno.
Adesso l’unica cosa importante è pensare alla partita di Verona.”
Cosa ne pensa delle dichiarazioni di Chivu, le hanno dato fastidio?
“Devo fare i complimenti a Chivu, che ha svolto un ottimo lavoro ed è vicino a raggiungere il suo obiettivo: vincere lo scudetto al primo anno è sicuramente una grande soddisfazione.
Per il resto bisognerebbe capire bene il contesto in cui ha detto quelle cose, ma da parte mia posso solo fargli i complimenti.”
Citando Condò che dice che gli allenatori parlano più di Champions che campionato, è una fuga dalle responsabilità?
“Dipende molto dalla situazione e dal contesto. Per esempio, è normale che l’Inter avesse come obiettivo lo Scudetto: lo ha sfiorato l’anno scorso per un punto ed è da anni che ci prova. Se lo vincesse, sarebbe il terzo in sei stagioni, oltre a due finali di Champions.
Ogni società deve porsi obiettivi coerenti con il proprio livello. Se arrivi in Champions, l’anno dopo devi alzare l’asticella e provare a migliorarti ancora. Se invece sei la squadra più forte, è normale dichiarare lo Scudetto come traguardo.
Nel nostro caso, arrivare in Champions è un risultato importante, ma poi l’ambizione deve essere quella di fare meglio nella stagione successiva.”
Quindi l’anno prossimo si punterà e sognerà lo Scudetto?
“Prima di tutto bisogna arrivare in Champions, poi si vedrà quale sarà l’ambizione della prossima stagione. Quando lavori nel Milan devi sempre puntare al massimo.
Poi però c’è anche la realtà: abbiamo cambiato metà squadra, ci sono giocatori che devono ancora integrarsi e altri che magari stanno rendendo meno del previsto. Ma l’obiettivo resta chiaro, cioè qualificarsi in Champions e provare a migliorare il risultato di quest’anno.”
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