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Costacurta, le confessioni choc del figlio Achille: “Mi drogavo e ho tentato il suicidio”

Achille Costacurta

, figlio dell’ex difensore del Milan Billy e dell’ex Miss Italia Martina Colombrari, è stato il protagonista dell’ultimo episodio di “One More Time“. Ai microfoni del podcast condotto da Luca Casadei, il 21 enne si è lasciato andare ad alcune impressionanti rivelazioni sui momenti più difficili della sua adolescenza. Dai problemi con la droga, allo spaccio, fino al tentato suicidio. Di seguito alcuni estratti delle sue dichiarazioni.

I problemi con la droga ed i sette TSO

Al compleanno dei miei 18 anni ho provato la mescalina (sostanza allucinogena, ndr). Una volta ho avuto una colluttazione con la polizia. Ero sotto effetto e ho fatto il matto su un taxi. Il poliziotto arriva, mi tira un pugno in faccia, io ero allucinato quindi l’ho spaccato di legnate. Lì dopo poco mi fanno il primo TSO, me ne hanno fatti sette. Il problema era che quando me l’hanno fatto a Padova erano perfetti, gentilissimi. A Milano invece mi hanno legato al letto per tre giorni perché gli ho dato un colpo sulla spalla. Urlavo che mi serviva il pappagallo, io ero legato, mani e piedi, tutto, e mi dovevo fare la pipì addosso. Quando sono andato in clinica in Svizzera mi hanno detto: ‘se fossi stato fuori altri 10 giorni saresti morto, perché hai il cuore a riposo a 150 battiti’. In Svizzera, ti dicono: ‘Tu sei qua e puoi scegliere, se ti vuoi drogare c’è la strada, se invece hai bisogno di una mano, vieni qua e noi ti aiutiamo’. Mi hanno fatto cambiare vita, grazie a loro io non mi drogo più. Il loro approccio ti fa capire veramente le cose importanti. Li ringrazierò per tutta la vita“.

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Lo spaccio ed il tentato suicidio

Ho iniziato a spacciare fumo. Arrivata la quarantena, tutti chiusi in casa, fumo non ce n’è. A me riusciva ad arrivare comunque tramite dei canali, avevo creato una rete e mi hanno arrestato a 15 anni e mezzo. Quindi faccio il mio compleanno dei 16 anni lì, in un centro penale comunità terapeutica. Non ce la facevo più. Allora aspetto la notte quando c’è un solo operatore ed entro in ufficio, lo distraggo e prendo le chiavi dell’infermeria. Lo chiudo dentro l’ufficio, lui con le sue chiavi riesce a uscire. Io però nel frattempo ero già in infermeria e prendo tutto il metadone che c’era, sette boccettine, mi chiudo in bagno e le bevo tutte, volevo suicidarmi. Arrivano i pompieri e sfondano la porta, poi l’ambulanza. Nessun medico ha saputo dirmi come io sia ancora vivo perché l’equivalente di sette boccettine di metadone sono sui 35, 42 grammi di eroina. La gente muore con un grammo”.

La richiesta di eutanasia

“Mia mamma ha pianto tanto. L’unica volta in cui ho visto scendere una lacrima a mio papà è stato quando mi hanno portato via. Quando mi avevano fatto il depot, io tutti i giorni chiedevo di andare a fare l’eutanasia perché non avevo più emozioni e volevo morire. E lì l’ho visto piangere. Il giorno che esco dalla clinica mi viene a prendere mio papà. C’era un doppio arcobaleno. Io li scoppio a piangere dalla gioia, dalla felicità, abbraccio fortissimo mio papà e gli dico: ‘hai visto che ce l’abbiamo fatta, ho smesso, e ce la farò e continuerò. Ce lo sta dicendo pure il cielo. C’è il doppio arcobaleno ti rendi conto?’. È stato uno dei momenti più fighi. Anzi, dopo chiamerò mio padre per ricordarglielo”.

Oggi Achille sembra aver superato tutte le difficoltà e, come afferma, sta vivendo un periodo di rinascita: “Sono fiero di me, del fatto che sono riuscito ad avere una certa consapevolezza. Tutti i miei traumi sono riuscito a buttarli giù“.

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