Negli ultimi anni, la gestione della Nazionale italiana è finita sempre più spesso al centro delle polemiche. Quello che doveva essere un progetto di rilancio dopo il trionfo all’Europeo nel 2020 si è progressivamente trasformato in una fase di smarrimento tecnico e identitario.
I risultati parlano chiaro: con la sconfitta contro la Bosnia di martedì sera, gli azzurri non si sono qualificati ai Mondiali per la terza edizione di fila. A questo si aggiungono prestazioni deludenti e una mancanza di progettualità a lungo termine. Le critiche riguardano soprattutto la gestione complessiva del sistema calcio: dai rapporti con i club alle decisioni sui vivai, fino alla mancata valorizzazione dei giovani talenti italiani. In molti sottolineano come il movimento fatichi a rinnovarsi, restando ancorato a logiche che non sono più al passo con le grandi potenze calcistiche europee.
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In questo contesto, la Nazionale appare spesso come lo specchio di un sistema in difficoltà: meno competitiva, meno riconoscibile e più vulnerabile. Il dibattito resta aperto. Quel che è certo è che il futuro della maglia azzurra dipenderà dalle scelte dei prossimi anni. E, inevitabilmente, anche dalla capacità della dirigenza di riconoscere gli errori e invertire una rotta che, per i tifosi, appare sempre più preoccupante. A farlo non sarà sicuramente Gabriele Gravina che nella giornata di oggi ha comunicato le sue dimissioni.
Di seguito le parole di Gravina rilasciate subito dopo aver abbandonato la sede della Federazione: “Dopo tanti anni c’è grande amarezza ma anche serenità, ringrazio le componenti che ancora oggi mi hanno dimostrato grande vicinanza, stima, sostengo e anche grande insistenza nel continuare. Ma la mia scelta era già convinta e meditata”.
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