Manca sempre meno al Derby della Madonnina. La sfida più affascinante del calcio italiano andrà in scena domenica sera, ore 20:45, in una cornice che ha il sapore di scontro per lo scudetto. Con una vittoria il Milan potrebbe perlomeno sperare in una clamorosa rimonta negli ultimi due mesi di campionato. Qualsiasi altro risultato metterebbe in cassaforte l’obiettivo tricolore per l’Inter di Chivu.
Massimo Ambrosini, uno che di derby ne ha giocati, è stato protagonista dell’ultima puntata “Legends Road“. Durante la registrazione del format prodotto da Dazn, l’ex centrocampista ha raccontato alcuni aneddoti interessanti in merito alle sfide con i nerazzurri. Di seguito alcuni passaggi delle sue dichiarazioni, come riportate dai colleghi di Milannews.it.
Sul suo primo derby
“All’inizio era terrificante, terrorizzante per me. Io il primo Derby lo gioco nel ’95. Il primo tempo in panchina, mi buttano poi dentro e non avevo idea neanche di dove fossi. Segna Marco Branca. All’inizio io ero pietrificato, era una roba che mi sembrava più grande di me. Ero piccolo, avevo 18 anni, non ricordo nulla. Ricordo la tensione che era diversa. Sentivo molto tifosi, la pressione, l’ho sentita molto di più nei primi anni”
Sulla rivalità con l’Inter
“La rivalità era veramente forte, c’era un gruppo forte loro e un gruppo forte nostro. È stata una rivalità facile da alimentare perchè eravamo sempre gli stessi, sia noi che loro. Si sentiva, anche perchè in Europa eravamo noi. È stato forte quel periodo li, quando si giocava contro c’era tanta tensione, adrenalina. Non voglio mancare di rispetto alle rivalità di adesso ma quel momento storico, per i calciatori che c’erano in campo, era una cosa molto forte”
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Sul gruppo squadra
“Eravamo tutti amici, un gruppo bellissimo. È tutta una questione di ego, quando uno riesce a confinare o mettere limiti al proprio ego e pensare che devi mettere il tuo ego a disposizione per il gruppo, allora trovi il modo di andare d’accordo. Noi avevamo un gruppo con persone dall’ego smisurato, ma è anche giusto, devi averlo. Però poi c’è quello che l’ego lo mette a disposizione solo di se stesso perchè la finalità è dare da mangiare al proprio ego a prescindere dal risultato di squadra allora quello viene emarginato. Noi siamo stati in grado di gestirci tra di noi. Paolo era il leader. Noi ci divertivamo, eravamo un gruppo di 10 persone che giocavano insieme da una vita, ci si prendeva costantemente per il culo, eravamo un gruppo di persone di livello. Nel gruppo c’era rivalità, la volontà di provare a rubare il posto all’altro, la sana rivalità“.
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